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Una nota scomoda su Camilleri

Penso di aver letto un buon 90% di Montalbano. Lo leggevo anche negli anni ‘90, quando non era una star televisiva. Ho letto anche molti degli altri romanzi di Camilleri, soprattutto in viaggio. Il cocktail, infatti, è di quelli ottimi da viaggio: 25% ironia, 25% sesso, 25% trama, 25% colore. Camilleri, come le serie oggi di moda, tiene il ritmo del racconto e fa diventare ogni storia quello che gli americani chiamano un page turner, un tipo di libro che non si riesce a mollare.
Ciò significa che Camilleri è uno scrittore che rimarrà? Non penso. Il linguaggio originale siculo-italiano e la figura di Montalbano non sopravviveranno a lungo. Già ora è difficile ricordare le trame e, a differenza dei Maigret di Simenon da cui Camilleri ha imparato tanto, non ci si ricorda neanche del tipo umano su cui Montalbano indaga o il problema umano sollevato dal commissario o dalle altre figure. L’immedesimazione con i personaggi è intelligente e brillante ma non profonda. In Camilleri, quando il giallo finisce è finito anche il mistero. Resta la macchietta del commissario ma non il suo dramma. In Simenon, invece, quando il giallo finisce, inizia il mistero, il mistero dell’essere umano che solo per un grande caso è assassino o commissario, colpevole o innocente, felice o infelice.

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