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Walk the line

Avete presente quei treni un po’ vecchi. Tanto casino, tanto fumo, tanti sbuffi, tanto carbone, che solo a guardarli ti sporchi e a sentirli ti fischiano le orecchie. Tanti fischi che ti mettono allegria.
Carichi delle le personalità più strane: dai contadini che portano galline e mangiano durante tutto il viaggio, ai signori di prima classe che fumano sigari e guardano dal finestrino come si guarda a teatro, da un palco.
Ma ci sono anche i ladri che si nascondono nell’ombra dei vagoni letto, i vagabondi che a ogni fischio sospirano con uno sbuffo simile a quello che esce nel cielo azzurro degli stati centrali degli Stati Uniti, così desolati e soli.
Infine ci sono quelli che all’ultimo sono saltati sull’ultima predella, rubando un viaggio ai controllori e agli spalatori di carbone nella terza carrozza, ribollente di potenza, di nervosismo e di nero.
Quei treni dal ritmo sempre uguale, ma allo stesso tempo sempre diverso, un poco traballante ma deciso e inarrestabile. Con tutti quei bulloni e marchingegni in bella vista, in movimento continuo, che seguono logiche nascoste ma in fondo così semplici da lasciare a bocca aperta ogni bambino di ogni nazione in ogni stazione.
E poi quel rumore quasi infernale, dalle mille tonalità impercettibili, indice di un dominio assoluto su quei due binari, infiniti e impossibili da concepire dove inizino e dove finiscano.
Ecco, se riuscite ad immaginarlo, potete immaginare Johnny Cash.
Una voce palombarica, una chitarra tenuta per qualche istante come fosse una calibro 38, rughe come le montagne in Colorado, brillantina come l’oceano Pacifico, sigarette da raschiare gole in continuo, vestito nero come la notte e quei due occhi che per sempre ti sussurrano “Hello, I’m Johnny Cash”.
Da sentire assolutamente.

Il Pigo