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We will stand up

“Tutti gli esseri umani dovrebbero apprezzare l’individualità di ogni persona come creatura di Dio, chiamata ad essere fratello o sorella di Cristo in ragione dell’Incarnazione e Redenzione Universale. Per noi la sacralità della persona umana è fondata su queste premesse. Ed è su queste stesse premesse che si fonda la nostra celebrazione della vita, di ogni vita umana. Ciò spiega i nostri sforzi per difendere la vita umana contro qualsiasi influenza o azione che la possa minacciare o indebolire, come pure i nostri sforzi per rendere ogni vita più umana in tutti i suoi aspetti. Quindi reagiremo (letteralmente: ci alzeremo in piedi – we will stand up) ogni volta che la vita umana è minacciata”.

Lo disse Giovanni Paolo II nell’Omelia della Messa celebrata a Washington il 7 ottobre 1979, in occasione del suo primo viaggio apostolico negli Stati Uniti. E continuò, enunciando tutti gli altri casi in cui “ci alzeremo in piedi” di fronte alle minacce alla vita umana. Questo discorso mi è stato di recente ricordato da un amico, mentre discutevamo del ruolo avuto da Giovanni Paolo II nella caduta del comunismo, una caduta sulla quale nessuno avrebbe scommesso nel momento in cui Karol Wojtyla diventava Papa (1978). E mi è subito venuto in mente leggendo poco dopo il triste commento di un noto giornalista cattolico spagnolo nei confronti della recente legge Celaà, con cui il governo di Madrid ha abolito le scuole “concertadas”, simili alle scuole paritarie italiane. Ben lungi dall’invitare ad “alzarsi in piedi” di fronte a questa negazione della libertà, il nostro eroe – conosciuto anche in Italia per aver realizzato alcune interviste trasmesse nell’ultima edizione del Meeting di Rimini – dichiara:

La limitazione della libertà è un fatto, ma un’altra cosa è trovare la risposta più adeguata a un Governo che rimarrà in carica almeno per altri tre anni.

We will stand up
Stop from Pixabay

Si dovrà valutare se certe risposte e certe guerre culturali contro la nuova legge possono provocare reazioni controproducenti in chi detiene il potere. L’importante è non perdere ulteriore spazio…”.

C’è poco da dire, purtroppo siamo lontani anni luce dalla fede di un Papa che – praticamente da solo, almeno all’inizio – non ha avuto paura di “alzarsi in piedi” e ribadire davanti alle due grandi ideologie che dominavano il mondo la verità che scaturisce dall’incontro con Cristo: nel 1979, primo anno del suo pontificato, recandosi sia in Polonia che negli USA, ha ricordato in entrambi i casi che l’uomo vale più di qualsiasi potere totalitario che tenti di piegarlo, sia esso quello politico-economico del comunismo, sia esso quello culturale del desiderio onnipotente dell’uomo, tipico di una certa civiltà occidentale.

Certo, come ci ricorda don Abbondio a sua discolpa, se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare. Ma in questo caso non mi pare si tratti di questo, quanto piuttosto di fede. La fede, come ci ricorda don Giussani, è riconoscere una presenza, cioè essere certi che la vita – la nostra e del mondo – può essere cambiata in meglio da Chi è venuto a salvarci, grazie alla Sua forza, non alle nostre strategie.

Forse con questa fede c’entra anche la M dello stemma di Giovanni Paolo II: la M di Maria, che secondo il Papa lo salvò il 13 maggio del 1981 (il giorno dell’attentato, ma anche il giorno della Madonna di Fatima), la M della Madonna del Rosario, che si celebra proprio il 7 ottobre, giorno del discorso di Washington, e – molti anni prima – della battaglia di Lepanto. Ma forse questo è meglio non ricordarlo, per non perdere ulteriore spazio……

Pescespada