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WITH A LITTLE HELP FROM MY FRIENDS

Quelle poche cose vere che so e conosco, le ho imparate da uno che una volta rispondendo ad un interlocutore che gli chiedeva cosa ne pensasse del fatto che i cattolici in campo politico dovessero “usare come criterio di giudizio la coscienza” rispose (più o meno): «la coscienza è il luogo dove il giudizio si forma, non può essere IL criterio di giudizio».

C’è un filo, neanche tanto sottile, che lega questa affermazione a quanto scritto da Torpedine su questo blog il 18 agosto nell’intervento Disinformazione: «La conclusione più interessante che si trae da questi dialoghi paradossali è la seguente: non esiste una capacità critica che nasca e si sviluppi in solitudine. Alla fine, o uno appartiene a relazioni amicali forti in grado di conoscere e giudicare in senso originale e ideale o, alla fine, uno pensa di essere critico lasciandosi plasmare la testa dai mezzi di informazione. Pasolini lo chiamava il Potere, con la P maiuscola, per dire che è fortissimo e impersonale. Di fronte a esso, l’intelligenza non basta e, infatti, Ratzinger invocava le minoranze creative, gruppi amicali di fede e ideale, disposti a rischiare insieme un giudizio e a sostenerlo con letizia. Speriamo che ciascuno possa partecipare a una di esse».

È una considerazione vera perché dettata dall’esperienza, perché piena di ragioni, perché indica un metodo più adeguato, etc. etc..

Chi naviga i mari de La Spigola, credo, possa essere considerato una “minoranza creativa”, un “gruppo amicale di fede e ideali” che cerca di sviluppare (a volte anche di generare) “relazioni amicali forti in grado di conoscere e giudicare in senso originale e ideale”.

Per questo motivo voglio andare più a fondo della questione.

E la questione, mi sembra, riguardi molto il problema del Potere (quello con la P maiuscola). Siccome lo citano un pò tutti (da Grillo a Sgarbi, da Landini alla Gruber, da Lupi a Scalfari, da Torpedine a …) vorrei capire bene cosa intendeva Pasolini e cosa s’intende adesso quando si parla del potere con la P maiuscola.

Cosa si intende in generale e cosa si intende in alcune circostanze particolari.

Per esempio, quando si dice che il Potere ci condiziona nella scelta tra Donald Trump e Hillary Diane Rodham (al netto del fatto che siamo ignoranti in materia e che non abbiamo molto tempo per informarci), è solo una questione di giornali, di televisioni e di giornalisti prezzolati (pagati dalla NRA-LA o dalla Clinton Foundation) che tifano per l’uno o per l’altro per influenzarci, o parliamo di qualcosa di più radicale, di un’idea di uomo e di convivenza tra gli uomini di cui giornali e televisioni sono veicolo consapevole e complice? Se il livello è questo, occorre farlo emergere e, in qualche modo, dargli un nome e un cognome.

Il potere con la P maiuscola c’entra, per esempio, nella scelta per il referendum del 4 dicembre? Se sì, chi si è lasciato influenzare e condizionare: chi intende votare SI o chi vuole votare NO? E da chi? Da Gustavo Zagrebelsky, Amalia Signorelli, Alberto Asor Rosa, Antonio Di Pietro, Raniero La Valle, Stefano Rodotà, Giovanni Russo Spena, oppure da Lorenza Violini, Tiziano Treu, Franco Bassanini, Angelo Panebianco, Michele Salvati, Paolo Urbani?

Anche in questo caso sarebbe interessante andare fino in fondo per capire meglio come «la libertà propria e gli ideali abbiano la forza di cambiare sé e la storia».

Un suggerimento utile in questo senso potrebbe venire da Alasdair MacIntyre, che riferendosi alla situazione europea del tardo impero, faceva notare che: «Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca di incipiente barbarie e di oscurità» (A. MacIntyre, Dopo la virtù, Feltrinelli, Milano 1988, p. 313).

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