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Velasquez e la tristezza dei grandi della storia

Al Grand Palais c’è una mostra bellissima di quadri di Velasquez (1559-1660), uno dei grandi pittori della storia. Grande? Sì, una tecnica eccelsa, che trasforma volti e cose normali, dipinti in dettagli infinitesimali,  in oggetti e persone uniche. Naturalismo e idealismo, dicono le guide.
I suoi allievi cercheranno di ripeterlo, ma senza riuscirci. Che cosa aveva Velasquez che gli allievi non sentivano? Di cosa parlano i suoi quadri? Velasquez era il pittore della corte spagnola: dipingeva re e papi. Guardateli: sono tutti tristi.

velasquez filippo IV

In una realtà fatta di vestiti e oggetti da fiaba,  gli occhi fissi e tristi sembrano chiedere: ma che senso ha tutto questo? La profondità bruciante dei quadri deriva dall’incredibile contrasto fra la bellezza e una domanda inevasa sull’esistenza. Come sempre, è il senso religioso vissuto che rende grande gli uomini, e dunque gli artisti.
Nella mostra parigina ci sono anche i quadri della gioventù, quando Velasquez non era ancora a corte. Giovanissimo, dipinge una Immacolata Concezione (c’era dibattito – il dogma verrà due secoli dopo – e lui si schiera con i difensori). Un soggetto così strano per lui che finora non gli avevano neanche attribuito il quadro. Guardate questa Madonna: ha i tratti delle donne del sud della Spagna, un mondo lunare sotto di lei e non è triste.

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Allora l’enigma dei volti dei grandi si fa più chiaro. Forse, andando a corte, il giovane Velasquez avrà sentito traditi quegli ideali della sua gioventù, magari anche da se stesso. Eppure, non ha smesso di sentire la differenza fra il bello e il vero che riempiono la vita e tutto il resto, che lascia tristi. Dipingere questa differenza lo ha reso significativo per tutti, e speriamo che l’Immacolata Concezione gli abbia restituito l’allegria, per sempre.

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