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L’ala della notte

Lo scrittore Martin Cruz Smith, autore del famoso Gorky Park e creatore del poliziotto russo Arkady Renko, con questo romanzo si catapulta nel mondo degli indiani Hopi, nelle loro riserve, nei Canyons e nelle Mese dell’Arizona. Una mortale minaccia, tramandata dalle leggende del deserto, sta per colpire il popolo Hopi. Il Male che arriva imprevedibile con le tenebre è rappresentato dai pipistrelli killer, e dopo una complicata indagine che fa fatica ad identificare il pericolo ed il successivo comprensibile momento di disorientamento, finalmente il vice sceriffo Duran organizza prima un piano di difesa e poi l’attacco, concordato con un improbabile cacciatore di pipistrelli. Anche se già letto , è qui approfondito il profilo psicologico dell’indiano, ormai scettico sulle tradizioni religiose della propria tribù e non integrato nel mondo dei bianchi che, nel profondo disagio esistenziale, tenta di fare una sintesi tra le culture che lo circondano. Avvincente il pirotecnico finale.

Pesce Palla


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Cosa guardi? Te.

A distanza di due settimane circa immagino che anche i non addetti ai lavoratori abbiano imparato il nome di Harvey Weinstein.

In sintesi, Weinstein, noto produttore cinematografico di Hollywood – al suo nome possiamo associare i film di Tarantino o pellicole da Oscar come “Shakespeare in love”, tanto per citarne alcuni – è stato oggetto di un’inchiesta del New York Times che ne ha smascherato la natura di molestatore sessuale seriale di attrici e donne impiegate a vari livelli nella sua azienda, la Miramax.

La storia andava avanti da un ventennio, pare che tutti lo sapessero ma nessuno avesse il coraggio di denunciarlo.

Oppure che la storia fosse nota ma vecchia come il cucco e, in realtà, nessuno volesse alzare il polverone.

Fatto sta che dopo la pubblicazione dell’articolo molte attrici sono intervenute per dire “si, è vero, è successo anche a me”, in una confessione pubblica che funga da panacea alla pena del cuore di chi è stata vittima senza mai poter denunciare.

Weinstein è stato licenziato dalla sua azienda, lasciato dalla moglie, cacciato dall’Academy – l’organizzazione che assegna gli Oscar – bandito da tutto.

Una condanna pubblica immediata, folgorante e definitiva che non aveva colpito neanche Roman Polanski (regista premio Oscar nel 2003, l’altro ieri in pratica), latitante da 40 anni per sfuggire alla condanna per stupro di una tredicenne, ancorché modificato in reato minore.

Ma si sa, ad Hollywood gira aria diversa oggi.

Ed anche nel resto del mondo, dove la vicenda ha generato una valanga, che ad oggi pare inarrestabile, di condanna di un mondo (quello cinematografico ma, alla fine, quello di ogni ambiente di lavoro) in cui uomini bianchi, vecchi e di potere si approfittano delle donne loro sottoposte.

Potere inteso sempre come quello detenuto dagli uomini, visto che è vietato riconoscere che una bella donna che utilizza il suo fascino per farsi regalare qualsiasi cosa dal pollo di turno stia ugualmente esercitando un potere in quella relazione.

Una vera e propria schermaglia combattuta a colpi di “se sali in camera con lui te la sei cercata” o “se gli uomini ci guardano come oggetti non potete dare la colpa a noi che ci mostriamo come cose, perchè dobbiamo essere libere”.

La parzialità delle due posizioni mi sembra evidente.

L’una ha il sapore della beffa, un “così impari”, sempre impietoso in ogni occasione ma terribile in casi come questi dove l’incoscienza o l’ingenuità, che pure ci si dovrebbe scrollare di dosso in certe situazioni, diventano colpa o, persino, volontà mirata di diventare vittima di una violenza sessuale.

L’altra ha il retrogusto della favola: se tu sei la prima a non rispettarti, a trattare te stessa come un oggetto, come puoi pretendere che gli altri ti guardino diversamente? Da dove nasce questa pretesa? O meglio, da dove nasce questo desiderio di essere guardate diversamente?

Perchè in molti casi si parla di un essersi sentite guardate nel modo sbagliato.

Non sono Alice nel paese delle meraviglie e capisco la spiacevolezza di alcune circostanze ma se qualsiasi approccio di bassa lega (magari aggravato dal fatto che l’abbordaggio viene fatto da qualcuno di poco avvenente) diventa una molestia sessuale, facciamoci qualche domanda?

E la risposta è spesso che ci siamo sentite guardate come… come cosa?

Credo sia questo il punto, il nervo scoperto della vicenda che, al netto delle violenze reali da accertarsi, possa interrogare chiunque nel suo rapportarsi con l’altro.

La risposta é semplice, tant’é che emerge anche quando ci comportiamo all’opposto, ed è propria di tutti gli uomini, si anche loro: vogliamo essere guardati da qualcuno che ci vuole bene davvero, nel senso di “dal vero”, partendo da un punto di verità e riconoscendo la grandezza e l’unicità che ognuno porta dentro.

E così a lavoro, desideriamo uno sguardo di approvazione o un incentivo, un aiuto a ricordare che stiamo costruendo qualcosa di interessante per noi e, forse, per il mondo.

E in un rapporto affettivo desideriamo solo essere affermati e amati per quello che siamo, in un modo che ognuno di noi conosce e che sopporta e supporta anche i drammi più grandi della vita, dentro un abbraccio che non teme di toccare anche il male e continuare comunque a ribadire che si può andare avanti e guardare con positiva speranza alla vita che abbiamo da affrontare.

Perchè la vita rinasce in un incontro, non in un hashtag.

Non so quale sarà il destino di Weinstein, poco mi importa, ma spero che tutte le donne che stanno aprendo i loro personali vasi di Pandora online abbiano qualcuno da guardare e da cui farsi guardare così una volta effettuato il logout altrimenti, come nella mitologia, il vaso verrà presto richiuso senza la possibilità di generare qualcosa di veramente utile.

Ostrica


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Ti amo più… di un cane!

“Credo che il mondo abbia bisogno dell’amore che ci sanno dare gli animali – dice una nota cantante – e che spesso noi non sappiamo ricambiare in modo adeguato. Non è il mio caso: per Daisy ho parole d’amore così profonde che le mie stesse figlie ne sono gelose”.
Daisy è una simpatica cagnolina, qualificata come Emotional Support Animal (ESA), o animale “terapeutico”. Non perché Daisy sappia fare qualcosa di particolare ma perché – povera cagnolina – la sua padrona non può fare a meno di lei. Una normativa americana che riconosce questo valore terapeutico ammette la possibilità di portare l’animale in questione anche in luoghi che sarebbero vietati a quattrozampe e simili. Anche in Italia esiste il riconoscimento della “pet therapy”, anche se per casi più limitati e certificati.
Mi chiedo comunque perché gli animalisti non cerchino di salvare un cucciolo da un legame così stretto che farebbe scappare qualunque uomo a gambe levate (e per questo ci cerchiamo un animale!). In certi casi neanche il cane ce la fa ed è accaduto che in un famoso museo torinese un signore pretendesse di entrare con la sua iguana da “pet therapy” (giuro che è accaduto!).
“Io la stringo e Daisy mi fa sentire subito bene: spesso viaggiare da una parte all’altra del mondo genera inquietudine” continua l’intervista.
Un’inquietudine che tutti ben conosciamo, un desiderio di amare e di essere amati così profondo e impetuoso da far dimenticare l’ordine delle cose: uomo, donna, cane, bambino, salute, vita, morte…
Ma forse proprio questo ordine ha a che fare con la pace del cuore. Guardare e amare persone, animali e cose, e perfino se stessi, dentro uno scopo, un disegno, un destino.

Sirenetta 


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LET HER GO

Due incontri di presentazione interessanti per due libri importanti cui ho avuto il piacere di assistere questa estate.

Su “L’Annuncio a Maria”, presentato dal Prof. Giovanni Maddalena, vorrei soffermarmi su un aspetto, forse marginale, che il relatore ha toccato alla fine, riportando un concetto che Tolkien aveva espresso nell’Epilogo del saggio Sulle fiabe (1939). «La gioia può essere totale solo se prima le cose vanno veramente male, lui (Tolkien) la chiamava eucatastrofe; diceva che così è la storia della salvezza, è come la morte e la resurrezione, bisogna che le cose vadano veramente male per poi essere veramente contenti che le cose vadano veramente bene». Le cose sono così anche nella storia di ciascuno di noi nella vita normale: il dolore ed il fallimento sono spesso la condizione necessaria per la felicità e per il compimento.

L’altra presentazione è quella de “I Promessi Sposi”, a cura della Prof.ssa Mariella Carlotti che, dopo aver letto il passo del XXI capitolo del romanzo, “Stava l’Innominato tutto raccolto in sé, impaziente che venisse il momento d’andare a levar di pene e di carcere la sua Lucia: sua ora in un senso così diverso da quello che lo fosse il giorno avanti”, così lo ha commentato: «Ecco, quando uno fa un incontro, questo è importante per la vita perché cambia il modo con cui dice IO, ma se cambia il modo con cui dice IO, cambia il modo con cui dice MIO. Come diceva Kirkegaard “Mio non è ciò che mi appartiene, mio è ciò a cui io appartengo”. Perché se noi fossimo minimamente veri, potremmo constatare che noi non possiamo dire mio a niente; c’è qualcuno che può dire “la mia vita”? Che può dire “mio figlio”, che può dire “mia moglie”? Perciò l’uomo può dire mio, con verità, solo a Dio, può dire solo “Dio mio”. L’Innominato dice di Lucia “sua”, ma prima lo diceva perché era sua prigioniera, adesso lo dice perché la libera. Perché dire “MIO” o è una violenza che possiede o è un amore che libera».

Queste due sottolineature mi hanno riportato alla mente la canzone “Let her go” di Passenger (https://www.youtube.com/watch?v=RBumgq5yVrA), che vi invito a riascoltare.

Beh, hai bisogno della luce solo quando si sta spegnendo.
Ti manca il sole solo quando inizia a nevicare.
Ti rendi conto di essere arrivato in alto solo quando ti senti giù.
Odi la strada solo quando ti manca la casa.
Fissi il fondo del tuo bicchiere sperando un giorno di far durare il tuo sogno.
Ma i sogni arrivano lentamente e spariscono così in fretta.
La riesci a vedere quando chiudi gli occhi.
Forse un giorno capirai perché tutto ciò che tocchi muore sempre.
Fissi il soffitto nell’oscurità, hai sempre la solita sensazione di vuoto nel cuore, perché l’amore giunge lentamente ma sparisce in fretta
La vedi quando ti addormenti, ma non riesci mai a toccarla o tenerla stretta, perché l’hai amata troppo e sei affondato troppo in profondità.
Ti rendi conto di amarla solo quando la lasci andare.
E la lasci andare. E la lasci andare. E … la lasci andare”.

Anche dalla canzone si percepisce che il dolore e il fallimento (tutto ciò che tocchi muore sempre, …, e sei affondato troppo in profondità) non sono l’ultima parola sull’esistenza di ciascuno e che il vero possesso è in un distacco, “Let her go”.

Pesce (ner)Azzurro


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CONTROCORRENTE SULLA VICENDA TRA SPAGNA E CATALOGNA

In molti, oggi, esultano per il referendum catalano.
I giornali dicono che il 90% ha votato “si” e meno dell’8% il “no”.
Si afferma che è la vittoria della democrazia, mentre secondo me è la vittoria dell’egoismo e dello sciovinismo, al netto della pessima gestione della crisi da parte di Madrid, che ha utilizzato la violenza dove non ve ne era il bisogno.

Ora, prima di iniziare a commentare a caso come si fa allo stadio o al bar, un po’ di dati e ragionamenti logici, mettendo da parte l’emozione (sempre strumentalizzata dai giornali):

  1. ha votato appena il 42,3% degli aventi diritto, ovvero meno della metà della popolazione della regione separatista. Quindi una minoranza, per quanto agguerrita e determinata, dovrebbe determinare il destino di un’intera area;
  2. questa minoranza rappresenta appena 1/23esimo dell’intera popolazione della Spagna, paese di cui fa parte da 5 secoli;
  3. i politici e gli attivisti indipendentisti si riempiono la bocca di differenze culturali, linguistiche e chi più ne ha più ne metta, ma alla fin fine hanno ammesso che vogliono separarsi per tenersi i soldi della loro economia, considerata la più florida del paese;
  4. tutto il processo referendario non ha tenuto conto delle decisioni della Suprema Corte della Nazione e della Costituzione, che è una delle conquiste maggiori del moderno Stato di Diritto, mettendosi consapevolmente contro la legge;
  5. il diritto all’autodeterminazione dei popoli, anche questo stra-abusato per l’occasione, ha dei limiti riconosciuti dalla comunità internazionale: sono autorizzati ad avvalersene ex colonie, popoli soggetti a dominio militare straniero, e gruppi sociali cui le autorità nazionali rifiutino un effettivo diritto allo sviluppo politico, economico, sociale e culturale.

Niente di tutto questo rientra nel caso di Barcellona, che gode da tempo di un amplissima autonomia, con inno, bandiera e la libertà di parlare il catalano persino per i dipendenti pubblici e per i documenti ufficiali.
La reazione del governo spagnolo, per quanto ottusa e violenta, è un caso isolato e singolo, dovuto all’illegittimità e contrarietà al dialogo dei politici catalani, che sono voluti andate avanti con questo referendum, infischiandosene della via istituzionale presso il Tribunale Costituzionale che ha bocciato legalmente la loro proposta.
Tutto nasce, alla fine, da mere motivazioni economiche.
Se passasse il principio anarchico che ognuno a casa propria fa quello che vuole, fregandosene delle regole stabilite per gestire la comunità contro gli interessi egoistici locali, sarebbe la fine dello Stato di diritto e il ritorno al particolarismo feudale.

E durante il feudalesimo la gente viveva male, molto male. Ricordiamolo.

Pesce Piranha


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Montevergine

Sabato sono stato in un paesino fuori Madrid dove una ragazza di 23 anni, dopo pochi anni passati sui libri a studiare lingue, è entrata in monastero. C’erano altre 200 sorelle a festeggiare la sua entrata e tutti, amici, conoscenti, “famiglie” (e’ stata accolta durante il periodo universitario da una famiglia spagnola, per cui ora ha ben 3 famiglie: una in Italia, una in Spagna e una con ben 200 sorelle) erano molto emozionati e colpiti da questa scelta cosi radicale.

Due le cose che mi sono rimaste impresse in mente per tutta la giornata: innanzitutto c’erano, tra le prime file delle suorine, 5 o 6 ragazze veramente belle e, conoscendole più tardi, non sembravano affatto stupide o visionarie. Anzi, erano molto intelligenti. E’ vero dunque ciò che don Giussani affermava: Il miracolo più grande e’ una bella ragazza di 20 anni che si dona completamente a Dio.

In secondo luogo, tutti in sala erano coinvolti nella vicenda di questa ragazza, e credo di averne capito il motivo, che riporto con le parole ascoltate alla presentazione termolese del libro “L’Annuncio a Maria” di Paul Claudel: “[…] la storia segreta di quest’opera è che dentro questo feudo esiste un convento che si chiama Montevergine, dove ci sono delle suore di clausura, che non compaiono mai. Questo convento prima è fiorente, poi è del tutto distrutto e poi rifiorisce. Il convento è l’emblema più radicale del rapporto con Dio: tutti i personaggi devono prendere una posizione rispetto a questo emblema vivente che dice che tutta la vita,  qualsiasi istante della vita, è rapporto assoluto con Dio. ”

Occhione


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CANCELLI APERTI BIS

FINALMENTE I CANCELLI SI SONO COMPLETAMENTE APERTI.
L’UNICA COSA CHE RIMANE OSCURO È PERCHÉ I GIUDICI (O CHI PER LORO) HANNO CHIAMATO L’INCHIESTA
“OPEN GATES”

Ho già scritto in merito alle indagini strane della Procura di Larino su questo blog:

http://laspigola.altervista.org/black-hole-open-gates-ricerca-della-giustizia-o-macabro-spettacolo/

http://laspigola.altervista.org/apriamoli-completamente-benedetti-cancelli/?doing_wp_cron=1506180999.7986769676208496093750

Siccome è arrivata l’assoluzione anche in appello, sono costretto a fare un breve commento.

Sentenza dopo sentenza l’impianto accusatorio dell’inchiesta Open Gates, tra le più delicate e importanti degli ultimi 20 anni in Basso Molise, si va sgretolando”. Così, www.termolionline.it.

In sede di dibattimento tuttavia le accuse non hanno trovato il sostegno di prove inattaccabili e sono state smontate quasi per intero dal lavoro delle difese, capaci di dimostrare l’innocenza degli indagati”. Così, invece, www.primonumero.it.

Vorrei dire a primonumero che il lavoro delle difese è stato molto facilitato, anche perché, come recita un altro passo dell’articolista, “l’assoluzione era stata chiesta nella sua requisitoria anche dal procuratore generale Antonio La Rana”. In un altro punto l’articolo spiega come “la Corte d’Appello ha assolto tutti e tre nonostante l’avvenuta prescrizione riconoscendo la piena innocenza degli imputati «perché il fatto non sussiste». La formula adottata dalla Corte d’Appello è infatti prevista dal codice di rito quando l’innocenza dell’imputato emerge con evidenza e chiarezza” (corsivo e grassetto sono dell’articolista).

C’è, però, ancora qualcosa di oscuro e di poco evidente nell’inchiesta Open Gates: perché l’hanno chiamata open gates? Purtroppo, la risposta sembra legata al fatto che, come spesso accade, le inchieste riflettono volontà e considerazioni politiche, in questo caso sull’aprire e chiudere cancelli metaforici, che non hanno nulla a che vedere con problemi legali ma che si abbattono con violenza sulle persone.

Pesce (ner)Azzurro


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Omaggio alla Catalogna

Sono difficili da capire le questioni del proprio Paese, figuriamoci quelle dei Paesi stranieri! Tuttavia, nella vicenda catalana e sul come giudicarla, mi sembra doveroso che cerchiamo di indicare almeno dei criteri. Un’amica di Barcellona, contraria all’indipendenza, mi ha detto ieri che secondo lei la Chiesa starebbe peggio in una Catalogna indipendente. L’applicazione ovviamente è problematica, e si leggono cose in tanti sensi, ma il criterio è quello: la Chiesa starebbe meglio o peggio?
Sono andato allora a leggere cosa hanno detto i vescovi catalani. Di sicuro, tutti sono per la condanna della repressione del referendum da parte del governo centrale. Sul sì o il no all’indipendenza ci sono molti più dubbi.
A mio parere, la questione catalana, oltre a ricordarci i criteri, pone anche una questione generale: la Chiesa starebbe meglio o peggio senza Stati nazionali? Questi ultimi sono nati proprio al dissolversi, e per il dissolversi, dell’Europa dei popoli come res pubblica cristiana. Forse, è ora di ricominciare a pensare a un’Europa non statalista e di sicuro i catalani ci stanno obbligando almeno a pensarci.

Torpedine


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Indipendenza… da cosa?

Alcuni elementi per capire la situazione a Barcellona e un tentativo di giudizio. Innanzitutto, quello che sta succedendo in Catalogna è esattamente quello che la Lega sogna da anni, ma la situazione è molto diversa per due motivi: innanzitutto la Spagna è gia’ uno stato che si puo’ considerare “federale”, è infatti costituita da 17 comunita’ indipendenti, che sono come le nostre regioni ma con molti piu’ poteri rispetto allo stato centrale. Per fare degli esempi, la Catalogna ha una sua forza di polizia, i Mossos d’Esquadra, un parlamento suo, una sua lingua, anche se rispetto ai Paesi Baschi e alla Navarra manca di un sistema fiscale autonomo.

Inoltre, come mi ha confermato qui a Madrid una professoressa universitaria, Barcellona non è affatto ricca come Madrid, semmai è quest’ultima la citta piu’ ricca: una situazione ribaltata rispetto dunque alla classica situazione tra Milano e i capoluoghi del centro-sud.

Dunque se da un lato non riesco a capire fino in fondo questo desiderio di indipendenza, d’altra parte, noto come lo stato centrale a Madrid e il resto della Spagna da tempo non si curino di queste aspirazioni secessioniste che, per fare un esempio, sono arrivate anche tra i banchi di scuola della Catalogna, dove da anni si insegnano programmi anti-spagnoli, nazionalisti e centrati su una narrazione storica modulata a piacere. Ma su tutto ciò nessuno ha detto nulla. A Madrid l’aria che tira e’ una generale indifferenza perché tanto “sono un piccolo gruppo di estremisti, il referendum è illegale e la Catalugna da sola crolla dal punto di vista economico, non regge da sola” (praticamente tutti qui a Madrid mi hanno ripetuto la stessa risposta).

Credo che questa sia una crisi positiva : sono contro l’indipendenza della Catalogna, credo che i legami veri (e storici) siano un bene e un punto di forza, tuttavia non sono automatici: perché stare insieme se non si riconosce l’altro come un bene? Se non si risponde a questa domanda a che serve stare insieme? Spero che questo momento ponga chiaramente questa domanda e metta tutti alla ricerca di qualche risposta, prima che il dialogo diventi violenza.

Occhione


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Il bello dell’Opera

In parte per colpevole pigrizia, in parte per condizioni logistiche non favorevoli, visto che in Molise non ci sono teatri dove la rappresentino, ho conosciuto l’Opera lirica solo quest’estate. Grazie al regalo di un amico, sono stata al San Carlo di Napoli per assistere al Trovatore di Verdi. Pochi giorni fa, al Petruzzelli di Bari ho visto l’Aida. Ho sperimentato così il gusto ineguagliabile di vedere un gesto completo: orchestra dal vivo, scenografie imponenti e curate, canti, balli e dialoghi profondi. È l’espressione di un’umanità che desidera tutto. Per questo sono infinitamente grata agli amici che hanno contribuito a farmi fare questa esperienza, il cui significato profondo coincide con una scoperta più profonda di me stessa e dell’uomo in genere: la scoperta che siamo fatti per le cose che tendono alla totalità!

Argentina


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