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“Io, mamma lavoratrice, non ce l’ho fatta” ha bisogno di una risposta

Giorni fa ho letto una lettera pubblicata su Corriere.it dal titolo «Io, mamma lavoratrice, non ce l’ho fatta» indirizzata a Beppe Severgnini: sono parole che ti interrogano e io mi sono chiesta cosa vivo io e cosa ho da dire a questa mamma.
Questa è la risposta inviata direttamente al giornalista e spero tanto che la mamma in questione mi ricontatti.

 “Gentile Beppe, questo è l’unico contatto che ho trovato sul web per scriverle.
Sarò molto breve, anche perché di mestiere mi occupo di cose totalmente opposte al giornalismo, ma sono una mamma che vive a Milano, lavora a tempo pieno (senza l’aiuto dei nonni) con due figli piccoli e ieri mi ha molto colpito leggere la lettera pubblicata sulla 27esimaora del Corriere.it . Questa lettera non può essere ignorata perché leggerla e non rispondere non è umano.
Io mi sento vicina a questa mamma per tutto quello che racconta, assolutamente concreto e vero, per la fatica che fa, per la solitudine che prova nella sua giornata quotidiana: tutto è assolutamente sacrosanto.
Ma c’è una luce che non da il termine di giudizio sulla bravura di noi mamme: è vero che guardando la riuscita di noi mamme sembra tutto fallimentare perché non si riesce a conciliare tutto quello che c’è da fare senza sentirsi non all’altezza dei figli, o alle situazioni da gestire, o ancor peggio in colpa nei riguardi delle persone a cui si vuole bene.
Per me tutto cambia quando vedo nella mia vita quotidiana, attraverso i miei amici, attraverso mio marito, attraverso i miei figli, che sono voluta bene a prescindere dalle cose che faccio male, che non riesco a fare o faccio bene, e questo mi da una grande serenità perché a quel punto lo scopo della mia vita non è conciliare tutto, ma trovare uno scopo più grande (che io chiamo Cristo, e non mi vergogno a dirlo perché a tutto si deve dare un nome) in cui le circostanze sono solo una modalità di conoscenza della realtà, le circostanze dateci per uno scopo più grande della nostra riuscita personale (circostanze da vivere, da addentrarcisi e giudicare con realismo, fatica ma anche bellezza in questo sacrificio).
Magari quello che ho scritto sembra astratto, infatti non mi interessa assolutamente vedere questa lettera pubblicata, ma le chiederei vivamente di dare il mio contatto a questa mamma (che in tutta libertà mi possa ricontattare o meno, e che magari è di Milano), perché ci si possa fare compagnia (che è quello che cerco nella mia vita per non cadere nel baratro dell’insoddisfazione e cinismo) in questo cammino lungo e difficile, ma delizioso, che è la vita.”

Coral


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Realtà e ragione

Da Marietti esce un libro di mons. Albacete, recentemente scomparso: il libro si intitola Realtà e ragione:

http://www.mariettieditore.it/it-it/catalogo/9788821188480-realta-e-ragione.aspx?idC=61680&idO=25419&LN=it-IT

Albacete era un uomo intelligente e profondo. Ma soprattutto era un uomo lieto e ilare, che è il vero segno che accompagna chi è affettivamente compiuto dall’incontro con Dio fatto uomo. Avendo lavorato ad alto livello nel “mondo”, era poco clericale: capiva i problemi del mondo e giudicava, con ammirazione ma con la giusta ironia, il valore delle proposte della Chiesa. Aveva incontrato don Giussani perché era in cerca della razionalità e dell’umanità affettiva, piena di comunione, dell’evento di Gesù che spesso manca nella Chiesa.
Aveva una considerazione precisa della debolezza dell’uomo, dovuta al peccato originale, ed era fiero avversario degli sforzi moralistici.
Più di tutto stimava chi viveva una vocazione alla verginità da laico, sapendo che si trattava di una prima linea, dentro al mondo. Un giorno aveva detto che chi ha questa vocazione dovrebbe “stappare una bottiglia di tequila e chiamare una banda di canti mariachi”. Speriamo che il cielo ne sia pieno, dell’una e dell’altra.
Noi intanto proponiamo il suo libro, pieno di realtà e di ragione.

La Spigola


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WITH A LITTLE HELP FROM MY FRIENDS

Quelle poche cose vere che so e conosco, le ho imparate da uno che una volta rispondendo ad un interlocutore che gli chiedeva cosa ne pensasse del fatto che i cattolici in campo politico dovessero “usare come criterio di giudizio la coscienza” rispose (più o meno): «la coscienza è il luogo dove il giudizio si forma, non può essere IL criterio di giudizio».

C’è un filo, neanche tanto sottile, che lega questa affermazione a quanto scritto da Torpedine su questo blog il 18 agosto nell’intervento Disinformazione: «La conclusione più interessante che si trae da questi dialoghi paradossali è la seguente: non esiste una capacità critica che nasca e si sviluppi in solitudine. Alla fine, o uno appartiene a relazioni amicali forti in grado di conoscere e giudicare in senso originale e ideale o, alla fine, uno pensa di essere critico lasciandosi plasmare la testa dai mezzi di informazione. Pasolini lo chiamava il Potere, con la P maiuscola, per dire che è fortissimo e impersonale. Di fronte a esso, l’intelligenza non basta e, infatti, Ratzinger invocava le minoranze creative, gruppi amicali di fede e ideale, disposti a rischiare insieme un giudizio e a sostenerlo con letizia. Speriamo che ciascuno possa partecipare a una di esse».

È una considerazione vera perché dettata dall’esperienza, perché piena di ragioni, perché indica un metodo più adeguato, etc. etc..

Chi naviga i mari de La Spigola, credo, possa essere considerato una “minoranza creativa”, un “gruppo amicale di fede e ideali” che cerca di sviluppare (a volte anche di generare) “relazioni amicali forti in grado di conoscere e giudicare in senso originale e ideale”.

Per questo motivo voglio andare più a fondo della questione.

E la questione, mi sembra, riguardi molto il problema del Potere (quello con la P maiuscola). Siccome lo citano un pò tutti (da Grillo a Sgarbi, da Landini alla Gruber, da Lupi a Scalfari, da Torpedine a …) vorrei capire bene cosa intendeva Pasolini e cosa s’intende adesso quando si parla del potere con la P maiuscola.

Cosa si intende in generale e cosa si intende in alcune circostanze particolari.

Per esempio, quando si dice che il Potere ci condiziona nella scelta tra Donald Trump e Hillary Diane Rodham (al netto del fatto che siamo ignoranti in materia e che non abbiamo molto tempo per informarci), è solo una questione di giornali, di televisioni e di giornalisti prezzolati (pagati dalla NRA-LA o dalla Clinton Foundation) che tifano per l’uno o per l’altro per influenzarci, o parliamo di qualcosa di più radicale, di un’idea di uomo e di convivenza tra gli uomini di cui giornali e televisioni sono veicolo consapevole e complice? Se il livello è questo, occorre farlo emergere e, in qualche modo, dargli un nome e un cognome.

Il potere con la P maiuscola c’entra, per esempio, nella scelta per il referendum del 4 dicembre? Se sì, chi si è lasciato influenzare e condizionare: chi intende votare SI o chi vuole votare NO? E da chi? Da Gustavo Zagrebelsky, Amalia Signorelli, Alberto Asor Rosa, Antonio Di Pietro, Raniero La Valle, Stefano Rodotà, Giovanni Russo Spena, oppure da Lorenza Violini, Tiziano Treu, Franco Bassanini, Angelo Panebianco, Michele Salvati, Paolo Urbani?

Anche in questo caso sarebbe interessante andare fino in fondo per capire meglio come «la libertà propria e gli ideali abbiano la forza di cambiare sé e la storia».

Un suggerimento utile in questo senso potrebbe venire da Alasdair MacIntyre, che riferendosi alla situazione europea del tardo impero, faceva notare che: «Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca di incipiente barbarie e di oscurità» (A. MacIntyre, Dopo la virtù, Feltrinelli, Milano 1988, p. 313).

Pesce (ner)Azzurro


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UNIONI CIVILI. EMERGENZA NAZIONALE (?)

Vi ricordate la scenetta comica di Beppe Braida quando, mimando il conduttore del tg4, annunciava il piccolo inciampo di percorso dell’allora Presidente del Consiglio gridando : “Attentato! Si tratta di attentato!” con toni tra il comico e la presa per il didietro? Beh, mi membra quanto sia accaduto con i temi della legge cosiddetta Cirinnà. È passato qualche mese, ma credo che tutti abbiamo ben presente il periodo precedente l’approvazione della fatidica (o famigerata) legge sulle Unioni Civili quando si gridava “Emergenza. Emergenza nazionale”. A detta dei promotori, una legge necessaria per poter essere al passo col cambiamento, con i tempi nuovi,  con le altre Nazioni avanzate, per non restare nel presunto MedioEvo italico e cattolico. Una legge improcrastinabile, in quanto schiere di cittadini, soprattutto quelle dello stesso sesso, non potevano più attendere per veder riconosciuto dallo Stato il loro diritto ad amarsi (!!!).  Toni da guerra civile. A sentire il Presidente del Consiglio una vera emergenza nazionale (che la peste manzoniana, a confronto, sembrava un raffreddore autunnale!) a cui poter far fronte col Sol dell’Avvenire indicato dalla nuova legge.  Norma, tra l’altro, imposta con la fiducia in quanto, talmente urgente e necessaria, da dover evitare anche il dibattito in Parlamento (che a questo punto non si sa bene a cosa serva). Piazze (piccole!) colme di variopinti sostenitori del provvedimento urlanti in favore dell’approvazione e omofobe piazze pro family e Sentinelle in Piedi massacrate da stampa e democraticissimi contestatori che in forza del diritto alla libertà di espressione negavano la silenziosa espressione del diritto a manifestare, preceduti da Voltairiani cartelli affermanti di voler dar la vita perché chiunque potesse affermare convinzioni non condivise. Trionfi di stampa, sole, cuore e amore (perché love is love!) al momento dell’approvazione. L’Italia finalmente liberata dal giogo dell’arretratezza, il cambiamento asseconda, il diritto riconosciuto a milioni di persone schiacciate da secoli di cieco  conformismo benpensante e cattolico. Ed oggi il Sole 24 ore, con una indagine effettuata nei Capoluoghi di provincia, ci dà i numeri di questa gravissima emergenza a cui, con slancio di carità, ha posto fine la Legge Cirinnà (così c’è pure la rima!). Ecco di seguito i numeri più significativi:

La città vincitrice è MILANO: 29 UNIONI CIVILI. Altre 102 in attesa. Segue ROMA (città molto più popolosa di Milano) con 9 UNIONI  (N-O-V-E  non ho sbagliato a scrivere!!!) e 74 in attesa. E le città altre a scendere. Tutte le Unioni sono state celebrate accompagnate dagli strombazzanti titoli osannanti della stampa che dedicava paginoni ad ogni cerimonia (non so se avete notato gli ultimi due di Roma della scorsa settimana col completino clownistico violaceo e camicetta con i riccioletti bianchi). La Senatrice Cirinnà già si giustifica per questi numeri col ritardo dei decreti, l’estate (“mica si possono guastare le ferie ai parenti”), ecc… Comunque le cose sono due: o l’emergenza forse non c’era, e il povero Renzi e compagni non avevano capito bene (e/o forse gli interessi erano altri), oppure la Cirinnà ha fatto il miracolo, e come San Gennaro ha fatto sciogliere l’emergenza!
Come alcuni sanno alla matematica non ci credo, ma la percentuale di questi numeri su 60 milioni di persone non credo sia altissima. Il flop è evidente, comunque lo si voglia negare o chiamare (e nonostante la stampa al soldo del potere lo nasconda, i numeri in Francia e Spagna sono simili). E forse le vere emergenze nazionali erano e sono altre. Forse la negata discussione parlamentare  su questo tema era importante e necessaria. Forse il sostegno alla famiglia con mamma, papà e figli sarebbe una questione più seria. Come più seria sarebbe la riflessione su questa storia (ciclica) del cambiamento necessario, dei nuovi valori, del liberarsi della zavorra del passato per guardare ad un  futuro nuovo e ricco di prospettive diverse.

Ma a quanto pare questo cambiamento necessario lo vedono solo i giornali. Certamente in vista del prossimo referendum costituzionale, per  come sono andate le cose nell’approvazione di questa legge, una riflessione dovremmo farla sul ruolo del Parlamento, dei Poteri dello Stato e del potere sullo Stato. Alla prossima.

Ichthys


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Chi ha vinto il dibattito presidenziale?

Chi sta seguendo la campagna elettorale americana, come La Spigola, si è svegliato con questa domanda.
Ebbene chi ha vinto? Se fossimo negli anni ’50-’70, non ci sarebbe dubbio: Hillary Clinton. Era preparatissima, con parole buone e di comune discorso condiviso su eguaglianza, educazione, energie rinnovabili. Trump non ha fatto la figura del pazzo o dello stupido che i grandi giornali dem gli avevano cucito addosso, ma non era preparato a un dibattito: spesso non ha concluso i discorsi, affastellando insieme molti inizi di argomento e dicendo quello che non vuole (il Ttip, la produzione fuori dagli US, l’incremento delle tasse) ma non quello che vuole, e soprattutto non come vuole farlo.
Visto però che siamo nella seconda decade del 2000, dove le immagini contano quanto le parole e rimangono in mente molto più a lungo, prendete il video FULL su YouTube e guardatelo staccando per 5 minuti l’audio.
Clinton guarda poco in faccia l’avversario, legge spesso gli appunti, sorride continuamente con superiorità. Una maestrina o una prima della classe. Trump la guarda sempre, spesso in cagnesco, fa smorfie, sorride poco. Alla fine, risulta più genuino.
Ovviamente, i giornali dicono quasi unanimemente che ha vinto Clinton perché guardano solo i discorsi. Nel mio score, invece, hanno riportato una vittoria a testa: pari. La gara è ancora aperta.

Torpedine


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E’ successo di nuovo…

Cari amici della Spigola,
è successo di nuovo. L’altra sera mi trovavo a nuotare nelle acque antistanti il Circolo della Vela di Termoli quando ho sentito un bel gruppo di persone ridere e scherzare. Allora io, che sono abbastanza incline allo scherzo, mi sono avvicinato e dopo un po’ li ho visti entrare ed ascoltare in silenzio ed attentamente un tizio che cantava vestito da gondoliere veneziano e un altro che spiegava le ragioni del voto negli Stati Uniti. Ed erano allegri, cioè non avevano nessun accento da battaglia ideologica o politica, gli interessava semplicemente la verità. Eh, si fa subito a dire “verità”… a tutti interessava sapere cosa c’entrava la scelta di un candidato (Trump) o dell’altro (Clinton) con i temi ultimi dell’essere cristiani: famiglia, diritto alla vita, aborto, eutanasia, guerra, lavoro, benessere economico e alla fine la famosissima “libertas Ecclesiae”. Già, libertas Ecclesiae, come era già successo con quell’altra cosa del referendum. Poi quando tutto è finito si sono ritrovati a bere birra e mangiare patatine riprendendo a dire cose stupide intervallate da cose serie, sempre comunque centrati su quelle domande ultime tant’è che erano seri anche nello scherzo.

Allora fatemi capire cos’è sta Ecclesiae?
Ho trovato a tal proposito una lettera che un tale ha scritto a un altro tale di nome Diogneto in uno scritto trovato intorno al 1436 fatto per rispondere alla stessa domanda. Riporto un brano:

V. 1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. 2. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. 3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. 4. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. 5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. 6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. 7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. 8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. 9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. 10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. 11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. 12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. 13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. 14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. 15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. 16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. 17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.

L’anima del mondo

VI. 1. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. 2. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. 3. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. 5. La carne odia l’anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. 6. L’anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano. 7. L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. 8. L’anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l’incorruttibilità nei cieli. 9. Maltrattata nei cibi e nelle bevande l’anima si raffina; anche i cristiani maltrattati, ogni giorno più si moltiplicano. 10. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare.

Sì devo dire che si intravedeva qualcosa di simile, soprattutto per la simpatia.
Lo so, lo so, è dall’inizio che vi state chiedendo: se è un pesce come ha fatto a trasferirsi dal mare all’aula dov’era l’incontro?
Facile! Vedi foto.
Ora con lo stesso arnese vado in vacanza a St Moritz, faccio il VIP (Very Important Pesce) eh? Nà botta di vita, ma non temete…

vasca da bagno con le ruote

Tonno subito


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L’odore della notte. Dalla morte … all’amore

Una delle tante gustose indagini del commissario Montalbano, ambientata nel sud della Sicilia, con la vicenda di due truffatori che con una società di investimenti hanno attinto ai risparmi di mezzo paese per poi scomparire improvvisamente. E’ un Montalbano malinconico quello che affronta questo caso, cosciente del tempo che passa, attraverso i piccoli segnali che l’oggi trasmette: il suo aiutante Mimì Augello sta per sposarsi; il pullover, regalo della compagna Livia, è stato da Salvo negligentemente rovinato in modo irreparabile; il violento sradicamento del “grande aulivo saraceno” ha reso solo un ricordo quella silenziosa e tranquillizzante presenza. Dalla malinconia alla nostalgia per un tempo passato che non ritorna, il passo è breve.

Ma stiamo parlando di un giallo e la chiave di lettura dei misteriosi omicidi è tutta nell’incapacità di alcune persone di accettare la realtà in cui si vive, il dramma silenzioso di ogni esistenza; percezione questa molto vivida anche nella quotidianità del Commissario. Il protagonista del dramma rifiuta di acconsentire ai cambiamenti che la vita impone, chiudendosi in un mondo tutto suo, e l’autore sembra dirci che in ciò risiede il peccato (o la salvezza) di ognuno di noi. L’odore della notte; la notte che cangia  odore sembra essere l’immagine di questo continuo cambiamento della realtà che dobbiamo percepire con i nostri sensi; di questo percorso di rinascita vissuto nei vari passaggi del romanzo fino a riscoprire la bellezza e la freschezza di ogni nuovo giorno: dallo “strano odore di frutta marcia, di cose che si disfacevano, all’odore leggero, fresco, d’erba giovane, di citronella, di mentuccia”.

Pesce Palla


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Te la do io l’America

Venerdì alle 21,00 La Spigola invita tutti presso il Circolo della Vela a Termoli per una chiacchierata con il prof. Giovanni Maddalena sulle elezioni americane 2016. Si tratta di un appuntamento elettorale importante per la storia dell’Occidente e La Spigola preferisce cercare di capire sul serio per dare giudizi adeguati invece di affidarsi ai soliti pregiudizi che derivano dai soliti giornaloni e televisioni.

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La Spigola


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Sul matrimonio

Un amico di questi mari mi manda il suo invito al matrimonio che riporta una frase del dott. Enzo Piccinini, purtroppo prematuramente scomparso nel 1999.

1 Luglio 1973

«Signore ti ringrazio perché la mia strada è chiara. Ti prego di darmi la forza e la decisione perché il matrimonio non sia un fatto privato come lo vuole il mondo, ma sia il luogo dove con più fermezza ci richiamiamo alla vita per Cristo e per la sua Chiesa. La natura sacramentale del matrimonio ci rende adulti nella fede. L’adulto prende coscienza che la salvezza, cioè questo nuovo modo di vivere, non è per una soddisfazione sua o di pochi, ma è il progetto di Dio sul mondo. Il cristiano si concepisce quindi come segno della comunità cristiana e in funzione del mondo intero. Impara ad amare e a giocare la sua fede in ogni situazione, a volere cioè che in ogni ambiente cresca la comunione, crescano luoghi dove si fa esperienza cristiana, dove la vita abbia il suo significato che è Cristo morto e risorto.»

Enzo Piccinini (1951-1999)

Ciò che mi colpisce è la radicalità con cui si dice che cosa può essere il matrimonio. Solo la radicalità e le proposte totalizzanti (non totalitarie) sono affascinanti e adeguate al cuore umano. Tant’è che quando il cuore è più desto, quando si è giovani, le si ricerca e le si riconosce con facilità. Invecchiando comincia a farsi strada l’idea che tanto la storia sia fatta da eventi e cambiamenti ineluttabili e che, in fondo, la libertà propria e gli ideali non abbiano la forza di cambiare né sé né la storia. E’ una strada scettica e spesso sentimentale da cui, per fortuna, certe frasi ci strappano.

Torpedine

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Perché le serie catturano la nostra attenzione?

Ormai è chiaro! Le serie televisive sono entrate nel cuore della quasi totalità delle persone. Non importa quali siano i tuoi gusti, i tuoi generi, i tuoi personaggi preferiti… la serie per te è stata già creata e anche nel migliore dei modi. È esperienza comune quella di arrivare a lavoro e trovare un collega che con caffè in mano ed occhiaie ben visibili sussurra: “Cosa ci vuoi fare, ho incominciato a vedere la serie “X” e beh… ho finito tutta la prima stagione in una notte”. Ma come mai questo fenomeno? Come mai mentre le statistiche vedono l’affluenza al cinema ai minimi storici le serie televisive sembrano aver conquistato tutti? In poche parole: cosa hanno in più le serie televisive? Come sempre i fattori sono molteplici – tra cui le facilità di reperibilità e la durata contenuta delle singole puntate – ma vorrei in poche righe concentrarmi su quelli che considero i due fattori principali:

1) Spessore narrativo dei personaggi: In un film si dedicano i primi 15-20 minuti alla presentazione dei personaggi, al mondo che li circonda ed alle regole che lo caratterizzano. Grazie a questa  fase fondamentale si crea EMPATIA con i personaggi finché, arrivati al nostro catalizzatore (la bambina scomparsa, la ragazza da conquistare, l’anello da distruggere) ci ritroveremo a pensare la tanto attesa frase a cui tutti gli autori aspirano: “adesso voglio sapere come va a finire”. Sotto questo punto di vista un film non potrà competere con 4 stagioni di una serie. Qui si narra in modo più approfondito. I personaggi hanno più spazio di farsi conoscere e sopratutto la narrazione lavora su più livelli (il mio protagonista ha un lavoro, degli affetti, dei difetti, dei desideri, delle relazioni). La narrazione e i colpi di scena (vedi punto 2) lavorano sui contrasti. Più eventi creeranno degli improvvisi cambi di direzione al personaggio e più noi saremo presi dalla storia, da ciò che il personaggio ha da perdere e da cosa ci auguriamo per lui (ed in fondo per noi). Maggiore conoscenza quindi coincide con maggiore consapevolezza della posta in gioco. Per lo stesso motivo, per fare un altro esempio, le trasposizioni cinematografiche di un libro sono molto pericolose. Immediatamente tutti i pensieri di un personaggio devono essere tramutati in azioni o cancellati.

2) Cliffhanger: la maggior parte dei film si basa sulla classica struttura in tre atti. Negli ultimi minuti del film abbiamo “la risoluzione” in cui tutte le domande aperte dal catalizzatore iniziale trovano risposta. Quando ciò non avviene il film è un flop! La serie invece ha la possibilità di utilizzare in modo molto più mirato quello che in gergo viene chiamato cliffhanger (dall’inglese “rimane appeso a un precipizio”) dove una volta arrivati, nel singolo episodio, al culmine del ritmo narrativo, si inserisce un improvviso cambio di direzione della narrazione privandoci però della visione delle sue conseguenze. Ciò innesca un altro alleato di molti autori: il “dubbio”. Si lancia un amo e nel momento in cui lo spettatore tenta di dare una possibile soluzione all’enigma possiamo dire che la pesca è andata a buon fine. Come detto nel punto 1 conoscendo il nostro personaggio non vorremo che nel punto più bello il cattivo torni, che l’amata si ammali, che il tanto odiato cattivo in realtà si riveli un celato alleato ora in fin di vita. L’unico modo per sapere “come va a finire” è andare a vedere l’episodio successivo e così di episodio in episodio. Questo meccanismo permette alle persone di vedere 5-6 puntate in una notte corrispondenti a 5-6 ore di visione… Cosa impossibile con un film, anche per i russi.

Detto ciò si tratta di una differenza dettata dallo scopo. Non stiamo dando un giudizio di valore. Semplificando, il film e la serie hanno l’obbiettivo di prenderti, portarti in un punto stabilito, farti vivere un’esperienza con tempi molto diversi. Probabilmente la serie aiuta quando si vuole narrare un intero mondo più che le esperienze intime di un singolo personaggio come possono anche dimostrare film come Harry Potter e Il Signore Degli Anelli dove la seriata è quasi d’obbligo ed è un vantaggio.

Oscar


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