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Divisioni

Il PD sembra dividersi. Dico “sembra” perché di giorno in giorno si protrae l’agonia. Se non altro, finisce l’idea di un partito unico dell’establishment, auto-proclamato “responsabile”, che si muove per “pure” esigenze di economia, buon senso e pratica (a proposito, la legge fatta passare d’urgenza sulle unioni civili, che tanto erano di buon senso: ha coinvolto per ora 942 coppie…). La verità è che il PD era ed è legato a ideologie precise. Andandosene via quelli di sinistra, per essere più coerenti con un’impostazione di sinistra (popolare?), vedremo quali ideali e quali idee cercherà Renzi, senza più il ricatto e la scusa della minoranza.

Per quanto mi riguarda sono convinto che l’unico argine alla vittoria della ideologia M5S (democrazia diretta contro corpi intermedi; giustizialismo; decrescita felice) sia avere una destra e una sinistra popolari. Vedremo chi riuscirà a essere più autenticamente popolare tra Renzi e la sua sinistra. Mentre attendiamo sempre che a destra trovino una qualche unità.

Torpedine


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Tema svolto il 6 febbraio 2017

Tema in classe.
Traccia: Tu dici che ami la pioggia, ma quando piove apri l’ombrello… tu dici che ami il sole, ma quando splende cerchi l’ombra… tu dici che ami il vento, ma quando tira chiudi la porta… Per questo ho paura quando dici che mi ami. (Cit. W. Shakespeare)
La frase di Shakespeare sinteticamente esprime l’idea che quando uno ama qualcosa, in fondo comincia a difendersi dall’oggetto del suo amore. Per questo l’ultima frase descrive la paura di sentire di essere amati.
Gli esempi del sole, della pioggia,  del vento hanno in fondo un significato vero, però a ben guardare non per forza dicono di una negatività dell’esperienza affettiva.
Se io mi riparo dal vento,  è per non subirne gli aspetti negativi; se uno ricerca l’ombra, lo fa per non venire bruciati o ustionati; se qualcuno usa l’ombrello, è per potere state sotto la pioggia e goderne la bellezza senza uscirne inzuppati e raffreddati.
Per l’amore, dunque,  può valere lo stesso discorso. Uno nell’amore dà tutto, non dovrebbe risparmiarsi in nulla, non dovrebbe ripararsi da nulla.
Però, a ben pensarci, l’amore può diventare ustionante come il sole, violento come il vento, rovinoso come la pioggia battente.
Talvolta uno dall’amore si lascia travolgere come un vento impetuoso, o permette  che lo impregni come la pioggia di un temporale violento estivo, o infine si scotta come su una spiaggia d’estate assolata e torrida.
Possiamo dire che tutto ciò sia da evitare o da fuggire.  Bisogna avere paura di superare i limiti in un rapporto affettivo? Io penso di no. Anzi credo che sia inevitabile vivere queste tre esperienze da cui non penso si debba difendersi. Bisogna certo prenderne coscienza, viverle e capire se aiutino ad amare di più o di meno.
È come quando si ha una bolla di sapone che ci passa davanti: se ne siamo così affascinati da volerla stringere tra le mani, la facciamo esplodere. Se stringiamo con troppo vigore una farfalla, le facciamo perdere la facoltà di volare. Se ci avviciniamo troppo ad una fotografia, corriamo il rischio di non riuscire a vederla bene e per questo dobbiamo stare ad una certa distanza. È inevitabile.
Dunque il ripararsi dalla pioggia  può essere un modo più completo per gustare la bellezza della pioggia. Così come nell’amore, il rispettarsi a vicenda senza volersi stringere fino a soffocarsi, può essere fondamentale perché il rapporto sia duraturo e bello.
L’ombra ci fa restate a lungo a guardare una campagna assolata e torrida, nel fresco dell’ombra creata da un albero possiamo magari addormentarci e gustate l’afa di un paesaggio marino nell’ora di punta.
Una finestra chiusa o una porta serrata rendono il vento un fenomeno affascinante: quante volte uno si sofferma a guardare dalla finestra chiusa una tormenta di neve causata da un vento impetuoso o un temporale furioso che provoca magari una tempesta che ci atterrisce, ma allo stesso tempo ci fa rimanere incollati al vetro.
Anche nell’amore bisognerebbe fare così. Troppe volte uno si lascia prendere dal vortice dell’istinto, quando in realtà una certa distanza tra gli amanti non può che favorire l’emergere della verità del rapporto che altrimenti diventa possessivo, stringente, violento.
In questa maniera tutto diventa precario perché l’eccesso porta al logoramento del legame: come la terra che viene spaccata dal calore del sole, come la pietra che viene corrosa dalla pioggia, o come la foglia che danza incontrollata nella furia del vento fino a cadere morta sull’asfalto freddo e nudo.

Il Pigo


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Il ladro di merendine

Sicuramente uno dei migliori romanzi di Camilleri.  L’autore, con il solito sguardo apparentemente distaccato, dipinge un affresco dei vizi e delle virtù isolane; di questa Sicilia tanto inventata da risultare molto più convincente e reale di quella vera. Ma la peculiarità della storia è nel presentarci un commissario Montalbano intento ad indagare su se stesso. È un Salvo insoddisfatto e inquieto, quello che si immerge nelle morti misteriose di alcuni nordafricani e nella “cattura” di Francois, il ladro di merendine del titolo.

E’ un uomo, ormai anagraficamente maturo, che approdato all’età di mezzo, si trova a dover fare il bilancio della propria esistenza e non sembra particolarmente contento dei risultati. Tutte le trame affettive che sostengono la sua vita son ad un bivio e chiedono delle risposte, delle scelte definitive: la decennale, ma altalenante, convivenza con la compagna Livia, mostra una indecisione e una fragilità quasi adolescenziale; la sempre più stabile percezione di una non fecondità nella propria personalità umana; il contrastato rapporto col padre, ora in fin di vita, interpretato ai limiti di una pericolosa indifferenza. Tutti i nodi della sua esistenza, da sempre rimandati evitando di scioglierli con decisioni impegnative, si sono definitivamente intrecciati.

Tutto lascia presagire un naufragio esistenziale. Ma, alla fine in modo inaspettato, il protagonista, in un preoccupante mix di sollievo e di apprensione, sembra risolvere la problematica, rimandandola (com’è nel DNA del personaggio e nella logica delle serie librarie e televisive) alle prossime puntate.

Pesce Palla


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TRA LA CUCINA E LE AMERICHE

“Le stelle sono venute più vicine.
Forse verranno più vicine ogni sera”
(dal film “Il pranzo di Babette”)

Venerdì sera. Sto preparando la pizza quando suona il cellulare.
È un amico lontano e giramondo che mi chiama su WhatsApp (Dio benedica l’ideatore di WhatsApp!). Poche parole, care e profonde, piene della pungente nostalgia che non possano essere dette davanti a una birra, occhi negli occhi.
Vengono in mente tutte le persone lontane, tutti i pezzi di cuore in giro per il pianeta e la cucina sembra improvvisamente piccolissima.
“È troppo piccolo il mondo, vorrei abbracciarlo tutto” diceva Madre Cabrini, coraggiosa missionaria, come a dire che il nostro cuore è senza misura ed è fatto per tutto, tanto che niente basta mai, non il grandissimo ma nemmeno il vicinissimo.
Vogliamo tutto: il grande mondo e il piccolo focolare. Raggiungere tutti e tutti invitarli in una lunga tavolata nel nostro salotto.
La pizza è nel forno, ora ci sono le zucchine da tagliare.

Sirenetta


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Michele, Cesare e noi

In questi giorni leggo e rileggo la lettera di Michele. Chiunque abbia una responsabilità in questo Paese dovrebbe leggerla. In particolare gli adulti che hanno una responsabilità educativa.

Michele si è tolto la vita il 31 gennaio, a Udine. Se ne è andato a trent’anni, sbattendo la porta. «Non posso imporre la mia essenza – scrive nella lettera che i genitori hanno voluto pubblicare – ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino».

Alle giovani generazioni rimproveriamo che non sanno più scrivere. Vero. Ma non c’è lettera al governo che tenga, quando gli adulti hanno abdicato alla loro responsabilità fondamentale: accompagnare i più giovani al “mestiere di vivere”. La vita è stata dura anche per i nostri nonni e per gran parte dei nostri genitori. Eppure, nonostante tanti limiti, chi li ha preceduti questo mestiere glielo ha trasmesso. Oggi sembra che ne siamo incapaci.

Nella lettera di Michele c’è da un lato il desiderio vitale di realizzarsi e dall’altro l’impotenza e la solitudine in cui ultimamente si è trovato. L’impotenza di chi scopre che «Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile». La solitudine di chi si sente tradito «da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare», e brandisce la sua libertà, come ultima arma per opporsi ad uno stato delle cose inaccettabile di cui non intende farsi più carico.

Ridurre Michele ad un “precario” che si è tolto la vita perché non aveva trovato un lavoro è troppo semplice. Auto-assolutorio.

Nel suo diario, Pavese scriveva: «Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?». Invece, Michele nella sua lettera scrive: “Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione”.

La sua accusa di «alto tradimento» non chiama in causa soltanto il malcapitato Poletti. Sul banco degli imputati siamo trascinati tutti. Non solo per gli inutili colloqui di lavoro come grafico.

Sì Michele, siamo noi che dobbiamo fare i conti con te. Tutti noi che all’interrogativo bruciante delle giovani generazioni (di tutte le generazioni) su che cosa sia “il massimo” diamo risposte farlocche oppure, peggio ancora, cambiamo discorso.

Halibut


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DA GRANDE SARO’… UNA FASHION BLOGGER!

Una delle notizie più condivise della settimana è che la blogger italiana Chiara Ferragni ha tenuto una lezione ad Harvard il 9 febbraio.
Una domanda nasce spontanea: ma chi diavolo è Chiara Ferragni?
Incuriosita, inizio ad informarmi e scopro che nel 2016 ha fatturato 20 millioni di euro, ha 8 milioni di follower su Instagram, Forbes la inserisce tra le trentenni più influenti del nostro tempo, c’è una Barbie a lei inspirata, è la ex del suo socio ed è attualmente la ragazza di Fedez.
Sono davanti a qualcosa di grosso, che non so decifrare, ma che, per onestà intellettuale, non posso sottovalutare e continuo a cercare…
È una ragazzina con un nasino eccezionale e due occhioni malinconici azzurro cielo. La sua fortuna è stata quella di “essere la prima”… 8 anni fa, quando il web era ancora un luogo “spontaneo”, ha inventato un mestiere: la fashion blogger. La vita di Chiara è ora costruita a tavolino per incarnare spudoratamente un sogno: essere cercata dai più grandi stilisti di tutto il mondo per indossare i loro abiti e accessori (anche le scarpe!), invitata da ristoranti e catene alberghiere per poter dormire nei loro hotel da sogno nelle isole esotiche e città più belle del mondo…
E ora come facciamo a chiedere ai ragazzi di  studiare e impegnarsi? Qual è il talento di queste web celebrities? Dovrà pur esserci!
Si dice che l’artista sia colui che riesce a intercettare i bisogni del proprio tempo.
Condividere la propria vita e portare sogni e bellezza nella quotidianità della giornata o del proprio ufficio sono probabilmente il bisogno di molti.
A pensarci bene, anche io nella mia vita sono mossa da questo desiderio, di scoperta, di  grandezza, di bellezza e di essere voluta bene dagli altri.
Allora capisco che, proprio per il bisogno evidenziato da Chiara, vale la pena studiare, fare una famiglia e impegnarsi perché, in fondo, tutti desideriamo una vita eccezionale.

Corallo Blu


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La battaglia di Hacksaw Ridge

Mel Gibson ritorna prepotentemente al cinema con un film altrettanto prepotente e  visionario. Come al solito d’altronde. Mel Gibson è così,  si sa.
Ti fa innervosire, ti obbliga a girare la testa e a farti girare la testa.
Ti riduce ad un piccolo spettatore di fronte a qualcosa che grava davanti ai tuoi occhi come un sogno o un incubo, in cui sei attratto e respinto per la dolcezza e la violenza, l’umano e il disumano, per un ideale talmente lontano dalle coscienze dell’uomo d’oggi che sembra incredibile. Eppure è così.
Quando il personaggio principale del film, lasciato solo sul campo di battaglia, un bancone del macellaio o un mattatoio infernale, scegliete voi, si volta verso il mare di fumo e sangue, chi non sente la paura nel suo respiro e allo stesso tempo l’impeto straziante di fare quello che nessun uomo farebbe: rientrare nel terrore della battaglia e salvare le voci di coloro che sono stati abbandonati al loro destino, feriti e dilaniati nel corpo e nell’anima.
E lui parte, in solitario, a confortare ma soprattutto a caricarsi sulle sue esili spalle corpi maciullati, resti di umani che gridano una sola cosa: non lasciarmi.
E quel ragazzo, il vigliacco della sua compagnia, chiede a Dio di rompere il silenzio della sofferenza, ottenendo come risposta il vagito di colui che soffre.
Non c’è più silenzio di Dio. Al contrario, Dio lo spinge su una terra intrisa solo di sangue e budella a caricarsi dei suoi commilitoni che lo avevano deriso e insultato, perché lui vuole fare il suo dovere di soldato, di americano e di cristiano.
Non c’è più nessuna differenza tra queste identità.
Non c’è più nessuna lotta interiore, ma solo un gesto da compiere e una preghiera che trafora più di ogni proiettile il cuore umano: “Ti prego Signore, fammene trovare ancora uno”. 75 uomini salvati perché questo è il suo compito, il suo destino. Lui risponde a quel grido che Dio gli ha lanciato nel buio di una notte assassina.
Tutto il resto del film è una grande cornice che ci prepara ad assistere ad una delle azioni di guerra più assurde che si possano vedere.
Si passa dall’infanzia e dall’adolescenza di un ragazzino in una famiglia livida per le violenze di un padre crivellato dai ricordi della prima guerra mondiale, all’addestramento brutale e virile per formare uomini che non saranno più uomini ma macchine da morte. O così sembra, fino alla scena della corte marziale, davanti a cui il giovane si deve presentare per la sua decisione di non imbracciare un arma, pur volendo partire per la guerra.
E qui avviene la vera e propria redenzione del padre. Scena indimenticabile.
Come indimenticabile è la figura della donna che il protagonista ama e sposa. Ma la grandezza di lei non ha parole, o meglio le si possono trovare nel momento in cui la decisione di partire per la guerra è presa: “E allora cosa aspetti a sposarmi!”.
Prontezza e tenerezza che solo una donna, una grande donna, può trovare.

Il Pigo


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Al lupo! Al lupo!

I giornali, nei giorni scorsi, hanno più volte riportato notizia dell’acceso dibattito tra Conferenza Stato Regioni e associazioni ambientaliste sul cosiddetto “piano lupo” (Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia). Per ora hanno avuto la meglio gli ambientalisti e l’ipotesi di caccia selettiva, proposta a salvaguardia degli allevatori, è rinviata.

Ho un giudizio da esprimere sull’argomento? Niente affatto. Colgo semplicemente l’occasione per segnalare una splendida storia di vita e amicizia – descritta egregiamente da Daniel Pennac – che ha per titolo “L’occhio del lupo”. E’ un racconto fantastico in cui si capisce che si può guardare la realtà tutta intera, anche quando è davvero drammatica, solo attraverso gli occhi di un amico. E allora tutto diventa interessante, anche il proprio passato.

Il libro può essere letto con facilità e gusto da tutti i lettori di età compresa tra i tre e i centotre anni (anche se nelle fasce estreme potrebbe essere necessario l’utilizzo di strumenti compensativi) e offre interessanti spunti di riflessione anche su altri temi di attualità, quali immigrazione e integrazione.

Dedico queste dieci righe alla mia amica M.L., accanita lettrice quasi quattordicenne, alla quale penso che questa storia piacerebbe…

Alice


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ROBERTA, ITALO, FABIO ed IO

Sulla tragedia di Vasto è stato detto e scritto di tutto ed il contrario di tutto: ho letto di difese, accuse, giustificazioni, attacchi, condanne, ricostruzioni dedicate e quant’altro, quasi un festival delle faziosità.
Io invece mi sento responsabile.
In una società che ha all’incirca questa definizione di libertà: “la tua libertà finisce dove comincia quella degli altri”, dove qualsiasi desiderio è elevato a diritto contro tutto e tutti , ce ne andiamo in giro ognuno circondato dal proprio steccato sempre sulla difensiva quando non all’attacco.
In una società siffatta il limite umano (che in quanto umano appartiene ad ognuno) è tolto e non si percepisce più il senso dell’impotenza e della dipendenza da altro (Altro per i credenti).
Ecco io mi sento responsabile di non aver scalfito questa mentalità che ci rende isole solitarie con presunzione di onnipotenza.
Mi sento responsabile perché non ho detto con forza, gridato (chissà sarebbe potuto anche arrivare) che la libertà è rapporto con gli altri, quindi legami, che dipendiamo da Altro, che la vita non è nostra; non ho detto ciò che Gesù rispose a chi gli chiedeva: “chi ha peccato lui o i suoi genitori perché nascesse cieco?” e Lui: “né lui né i suoi genitori ma perché si manifestasse la gloria di Dio”.(Questo forse non lo capirò mai, ma Lui ha detto proprio così).
Ecco non ho detto, gridato che la realtà è il luogo della gloria di Dio e c’è sempre del positivo anche nel dolore e nel male perché anche il dolore ed il male sono parte della realtà.
Dovremmo cercare il positivo che si nasconde anche in tragedie come questa, quella di Rigopiano, del terremoto ed in tutte, ma la nostra cecità, non solo fisica, ci impedisce di vedere questa positività nel dolore e così ci capita di aggiungere dolore a dolore…. Che Dio ci perdoni!

Pesce anarchico


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Qualche idea su Silence di Scorsese

Ecco un film “duro” per i cristiani. Affronta uno dei misteri dolorosi della fede, che è quello dei lapsi, di coloro che cadono di fronte alla prova del martirio. Solo un cristiano perseguitato, nelle molte forme che la persecuzione può avere, sa quanto sia vero il dramma rappresentato da Scorsese. Occorre cedere, vivere tranquilli e non turbare le coscienze, magari facendo un po’ di bene, o resistere nel vero e nella testimonianza a prezzo della sofferenza propria e dei propri amici?

La risposta non può essere data a priori, teoricamente, e chi la dà teoricamente e presuntuosamente, cade in modo peggiore degli altri. Anche la forza del martirio è una grazia. Ma, contrariamente a quello che Scorsese dice, c’è una risposta univoca. Certo, Dio può trasformare il male in bene, ma ci sono cose oggettivamente più vicine al bene o al male. Sì, è meglio non cadere nel supremo tradimento, quello della fede e della vocazione, e occorre domandarne la grazia a Dio. Perché è meglio non cadere? Perché il significato della vita vale più della vita e una vita senza significato non è vita. La bellissima rappresentazione della gente che aspetta la fisicità dei sacramenti e dei segni della fede lo dimostra. La fede cristiana non è un rapporto con un Dio ignoto come accade in ogni altra rappresentazione religiosa ma è una relazione con uomini che sono segno di Dio perché Dio ha voluto rivelarsi come uomo. I due preti gesuiti del film forse avrebbero dovuto stare insieme per resistere. Dio parla attraverso gli altri cristiani. Come paradossalmente dimostra colui che tradisce sempre ma continua a chiedere di essere perdonato, cioè di rimanere in rapporto con l’uomo che è il segno efficace di Dio. Alla fine, rimanendo dentro a quel rapporto, chiamando bene il bene e male il male, Dio concede anche la forza del martirio.

Torpedine


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