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APPARTENIAMO AD UNA STORIA, SIAMO UNA COMUNIONE

La vicenda di Roberto Formigoni condannato in Appello per corruzione ci interroga e pone una serie di provocazioni.

La provocazione di una sentenza che pare sproporzionata rispetto alla consistenza dei fatti addebitati e che induce a pensare a qualcosa che travalica l’amministrazione della giustizia.
Ci chiediamo se si vogliano punire reati oppure ciò che per molti anni Formigoni ha rappresentato: il tentativo di vivere fede e politica non separatamente e di affermare che il soggetto ecclesiale agisce anche in politica. «Ciò che affermiamo è che la fede investe la totalità del soggetto, e perciò dell’attore umano storico. Se dunque tale soggetto è realmente e profondamente qualificato dalla fede, non può non esserne qualificata anche la sua azione. È in tal senso che la fede incide sull’espressione contingente culturale, sociale e politica; (..)». (Comunione e Liberazione – interviste a Luigi Giussani, a cura di Robi Ronza, Jaca Book1976, pp. 181-82)

La provocazione ad esprimere pubblicamente la nostra solidarietà a un politico che, al di là di quanto stabilirà la sua vicenda giudiziaria, ha contribuito fattivamente al bene comune quando è stato chiamato a compiti di governo nella Regione Lombardia.
«Ha portato la sanità di questa regione ad essere la migliore d’Italia e l’unica senza deficit, ha aiutato l’attuazione del principio sacrosanto della libertà di educazione della famiglia con i buoni scuola, ha fatto crescere le imprese lombarde con lo sviluppo di un intelligente rapporto con le economie estere, ha dato attuazione al principio di sussidiarietà con un equilibrato rapporto tra pubblico e privato, ha dato grande impulso alle infrastrutture dell’intera regione». (Giuseppe Zola, Formigoni, giustizia etica che scambia peccato con reato, La Nuova Bussola Quotidiana 23/9/2018)

La provocazione rappresentata dal silenzio di tanti tra noi che negli anni hanno tratto reali benefici dall’azione politica di Roberto Formigoni. Quei tanti che hanno potuto scegliere liberamente la scuola per i propri figli grazie al buono scuola. Quei tanti che hanno potuto scegliere dove curarsi grazie agli accrediti della Regione Lombardia. Quei tanti che hanno votato per ben quattro mandati un presidente che ha operato così bene, da rendere la regione da lui amministrata, modello di eccellenza per l’Italia e per l’Europa. Sorprende il silenzio di chi gli era amico e compagno di strada ed oggi tace. Tace per convenienza o perché non sente più il richiamo di una storia che ha deciso di
consegnare al passato, rinnegandola di fatto.
Noi invece non possiamo tacere: perché abbiamo coscienza che noi e Formigoni apparteniamo alla stessa storia e allo stesso popolo. L’unità, da riaffermarsi nel momento della prova, rende possibile la correzione, la vera correzione, che non coincide con l’abbandonare la politica alla generosità individuale e col lavarsene semplicemente le mani da parte della comunità e delle sue guide.

Per non rassegnarsi al dualismo fra fede e politica, per non scivolare nel moralismo, per non rinunciare alla nostra storia, per conservare la coscienza che «la nostra amicizia non è un accidente, una conseguenza etica di un comportamento corretto, ma è voluta da un Altro che ci ha chiamati e voluti insieme così come siamo, con i nostri limiti» (da una lettera di Giuseppe Schillaci), sempre dobbiamo riandare al richiamo che don Luigi Giussani formulò all’inizio della vicenda di Tangentopoli: «Di fronte al dissesto totale del nostro Paese non possiamo non essere provocati ad un giudizio: un’azione che per punire colpevoli distrugge un popolo, come coscienza unitaria e come raggiunto benessere, ha almeno nella sua modalità di attuazione qualcosa di ingiusto. Proprio tutto questo disagio, cui intensamente partecipiamo, diventa per noi grave e forse estremo richiamo di Cristo a una autenticità di figliolanza al Padre, cui tutti, in svariatissimi modi, abbiamo mancato. “Se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi.” (1 Gv 1,8). Negli Esercizi Spirituali ci è sempre stato richiamato che non possiamo stabilire un rapporto né con le persone, né con noi stessi, né con le cose se non partendo dalla coscienza di essere peccatori: in ciò sta il richiamo alla umiltà». (Lettera alla Fraternità, 11 marzo 1993)

Per tornare ad un vero impegno politico e perché il rapporto di coloro che si impegnano con la politica torni ad essere conforme al carisma originario, occorre che le comunità tornino a esprimere il giudizio comune sulla realtà e sull’attualità.

Lasciare che l’unico giudizio su questa storia sia quello che parrebbe emergere dagli atti di un processo, significa consegnare l’esperienza di un popolo al vento dell’opinione pubblica.
Non avremo più nulla da dire: non giudicando i fatti non faremo alcuna esperienza e, senza neppure averne coscienza, ci consegneremo alla mentalità di questo mondo.

Quaerere Deum*
* Amici ritrovati nella sequela al carisma di Don Giussani incontrato in Comunione e Liberazione

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