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Ave Cesare, morituri te salutant!

La Corte Costituzionale si è pronunciata nella vicenda Cappato/suicidio assistito.
Contestualizziamo brevemente la questione anche se chiunque conosce probabilmente la storia.
La premessa di fatto è che Dj Fabo, affetto da malattia irreversibile ma non mortale nell’immediato, voleva morire, lo voleva a tutti i costi e non poteva farlo da solo o, meglio, non voleva, rifiutando qualsiasi sedazione profonda e chiedendo che lo Stato lo uccidesse velocemente, così da rispettare la sua dignità.
Marco Cappato lo ha accompagnato in macchina in Svizzera dove, lo Stato illuminato d’Oltralpe, lo ha ucciso.
La premessa giuridica è che Cappato si è autoaccusato di istigazione al suicidio ex art. 580 codice penale e il giudice penale ha sospeso il processo chiedendo alla Corte Costituzionale di accertare la conformità o meno di detta norma alla nostra carta costituzionale.
L’anno scorso la Corte rinviava la decisione enunciando una serie di motivi:

  • il Legislatore è il Parlamento e la Corte riteneva che fosse il momento di una legge che regolasse la materia del suicidio assistito/eutanasia (non importa perché lo ritenesse più importante di altre ma andava fatto. Punto e basta. Salvini e Di Maio se ne sono ben guardati);
  • in ogni caso si dovrebbe fare attenzione alle nuove tecnologie che tengono in vita, anche a lungo, persone non in punto di morte ma che comunque non considerano la loro una vita dignitosa (ed essendo un criterio ultra-soggettivo la dignità della vita a priori non esiste più, perché dipende da come mi sento io. Punto e basta);
  • veniva sottolineato che esiste una legge (n. 219/17) su cure palliative e sedazione profonda continua per accompagnare – in casi come quello di Dj Fabo – una persona alla morte ma che, effettivamente, poiché morire potrebbe richiedere più di 30 secondi qualcuno potrebbe sentirsi leso nella sua dignità (continuare a usare questo termine in un ambito così soggettivo mi crea confusione, lo ammetto, ma tant’è);
  • si ribadiva ampiamente che l’art. 580 c.p. è posto a tutela delle persone vulnerabili e sofferenti nel corpo e nella mente che potrebbero essere indotte da altri a mettere fine alla propria vita, divenendo oggetto di un plagio mentale che le convincerebbe che non hanno ragioni per vivere. Insomma, non sia mai qualcuno vi convinca che non siete degni di vivere;

Quest’ultimo punto mi aveva fatto quasi sperare, lo confesso.
Esso, tuttavia, suona oggi come un crudele sberleffo alla luce della decisione della Corte Costituzionale.
Una decisione della quale ho appreso gli estremi dal comunicato ufficiale che vi allego, in attesa di leggere la sentenza nella sua interezza.
La Corte, che non decide la sorte di Cappato ma quella dell’art. 580 c.p., ritiene non punibili le condotte di chi agevola gli intenti suicidi di individui che si sono determinati autonomamente e liberamente, a certe condizioni.
Ricordandosi che aveva parlato di tutela dei vulnerabili, l’Ecc.ma sottolinea che la vicenda va guardata caso per caso in attesa che il Parlamento legiferi e, quindi, rimette le valutazioni ai giudici del merito.
E cioè a tutti i Tribunali d’Italia, dove ogni giudice seguirà un po’ il suo buon senso, come accade ora (al netto di soggetti folkloristici che affollano le aule di giustizia) ma creando solo più confusione e disparità di trattamento, pur tenendo conto che la Corte ha dato una netta spinta in direzione del cd. diritto alla morte.
Perché se la dignità della vita è un concetto da salvaguardare – ma solo a seconda di come la si pensi – il risultato sarà quello di negarla a tutti.
Insomma, nessuno ti convinca che non sei degno di vivere ma se lo capisci da solo non ti preoccupare ché ci pensiamo subito a come eliminarti.
E non c’è da rallegrarsi, come fanno oggi in molti, che lo Stato abbandoni la tutela della dignità umana iniziando ad amministrare la morte a chi neanche vuole combattere.
E chiedendo anche di essere fieri e felici di morire così.
Questo, al contrario, scoraggerà chiunque altro chieda azioni concrete allo Stato per essere aiutato a vivere una malattia nelle migliori condizioni possibili, ostinandosi ad avere una ragione per vivere, più imperativa di ogni sentenza, una ragione che dovremmo iniziare a sostenere e proteggere ora più che mai.

CC_CS_20190925200514

Ostrica