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I diritti e l’elemosina

L’articolo di Massimo Gramellini, nella sua quotidiana rubrica sul Corriere della Sera (http://www.corriere.it/caffe-gramellini/17_marzo_02/disperatamente-giulia-30b4a442-feca-11e6-844d-f8ea6c2a643b.shtml) rappresenta un vero e proprio caso di studio su quel tipo di cultura che ormai tratta la vita nascente alla stregua di un certificato rilasciato da un ufficio pubblico. L’articolo racconta di una 41enne che, rimasta involontariamente incinta, non riuscendo a trovare un ospedale dove abortire, per di più con “le vacanze imminenti” (testuale), finisce per perdere la fiducia nella legge e in uno Stato che trasforma un diritto in elemosina. Questa è l’amarissima conclusione cui giunge il giornalista. Dunque la cosa grave sarebbe la perdita di fiducia nello Stato e nella legge. Ma Gramellini ha mai avuto a che fare con qualche ufficio pubblico per nutrire tutta questa fiducia in uno Stato a dir poco ottocentesco nella sua organizzazione centrale e nelle sue ramificazioni locali? Ma non è questo ovviamente il punto. Quanto piuttosto il fatto che, per questo genere di intellettuali, sia più grave il disconoscimento di un “diritto”, piuttosto che la soppressione di una vita nascente. Due considerazioni:

  • La legalizzazione di una pratica come l’aborto e la sua equiparazione a un diritto, ne ha banalizzato la pratica, al punto da considerare la sua violazione al pari della violazione di un qualunque altro diritto.
  • Come sempre per sostenere una tesi ideologica occorre far fuori un pezzo di realtà (in questo caso un bambino nel grembo della madre), e normalmente si fa fuori quella più fragile e più scomoda.

Rombo