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Il ladro di merendine

Sicuramente uno dei migliori romanzi di Camilleri.  L’autore, con il solito sguardo apparentemente distaccato, dipinge un affresco dei vizi e delle virtù isolane; di questa Sicilia tanto inventata da risultare molto più convincente e reale di quella vera. Ma la peculiarità della storia è nel presentarci un commissario Montalbano intento ad indagare su se stesso. È un Salvo insoddisfatto e inquieto, quello che si immerge nelle morti misteriose di alcuni nordafricani e nella “cattura” di Francois, il ladro di merendine del titolo.

E’ un uomo, ormai anagraficamente maturo, che approdato all’età di mezzo, si trova a dover fare il bilancio della propria esistenza e non sembra particolarmente contento dei risultati. Tutte le trame affettive che sostengono la sua vita son ad un bivio e chiedono delle risposte, delle scelte definitive: la decennale, ma altalenante, convivenza con la compagna Livia, mostra una indecisione e una fragilità quasi adolescenziale; la sempre più stabile percezione di una non fecondità nella propria personalità umana; il contrastato rapporto col padre, ora in fin di vita, interpretato ai limiti di una pericolosa indifferenza. Tutti i nodi della sua esistenza, da sempre rimandati evitando di scioglierli con decisioni impegnative, si sono definitivamente intrecciati.

Tutto lascia presagire un naufragio esistenziale. Ma, alla fine in modo inaspettato, il protagonista, in un preoccupante mix di sollievo e di apprensione, sembra risolvere la problematica, rimandandola (com’è nel DNA del personaggio e nella logica delle serie librarie e televisive) alle prossime puntate.

Pesce Palla