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La responsabilità di una risposta

Mi è capitata sotto gli occhi la seguente affermazione: “Un’unità fondata sulle esigenze e sulle domande, e non sulle risposte conosciute, non è un’unità che unisce se non provvisoriamente… Un’unità fondata sulle incertezze, sulle indigenze, sulla necessità di far fronte a un potere avverso, un’unità fondata sul riconoscimento di limiti che bisogna oltrepassare: ecco su cosa il potere può giocare equivocamente. Chi interviene nel disagio collettivo con una forza mestatrice più scaltra e più persuasiva, impone la sua risposta.”.
Ho pensato all’antipolitica, ai discorsi di Grillo, all’anniversario di tangentopoli, ai NO TAV, agli attacchi mediatici contro il sistema sanitario lombardo… Ma anche alla primavera araba e alle conseguenti vittorie elettorali dei Fratelli musulmani (o di partiti ad essi equivalenti), alla percentuale di voti ottenuta da Marine Le Pen, ai risultati delle elezioni in Grecia…
Esigenze verissime, ma parziali, o meglio incompiute; esaltate, più o meno subdolamente, da chi se ne fa bandiera, in nome di un proprio ideale o semplicemente in nome del consenso.
L’Autore della citazione (Luigi Giussani, L’io, il potere e le opere, Marietti, 2009, pag. 21) attribuisce tali caratteristiche al potere “praticamente ateo”, cioè totalmente autoreferenziale e dunque incapace di risposte e di certezze capaci di fondare l’unità vera di un popolo.
E allora chi si accorge di queste esigenze ha una responsabilità grande, e ancor più grande è quella di chi propone una risposta.
Soprattutto in un momento come questo in cui parlare di unità sembra illusorio (ovunque!) e in cui emergono con forza esigenze tra loro contrapposte (la lotta all’evasione e i suicidi di tanti uomini, la libertà d’impresa e i diritti dei lavoratori, la moralità personale e il bene comune…) non ci si può accontentare rinunciando alla ricerca e alla domanda di una risposta davvero adeguata.

Sirenetta