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“PER SEMPRE”

Quando siamo andati a ritirare gli anelli qualche giorno prima di celebrare il sacramento del nostro matrimonio, circa venticinque anni fa, ho scoperto che la mia futura moglie (Pesciolina senza mare) aveva fatto incidere all’interno degli stessi la data, il nome delluno sull’anello dellaltro e due paroline molto significative e impegnative: “PER SEMPRE”.
Ci ripensavo l’altra mattina quando mezzo assonnato (come al solito), viaggiando sull’autobus di linea che quotidianamente mi porta da Termoli a Campobasso, sono stato costretto ad ascoltare il dialogo tra due ragazzi universitari seduti vicino a me; dialogo iniziato dal racconto della partecipazione di uno dei due (la ragazza) ad una cerimonia nuziale.
Dapprima il racconto del fil rouge che aveva caratterizzato sia la celebrazione eucaristica che il pranzo, ossia la noia, solo noia, noia mortale; poi il focus della discussione si è concentrato sul significato di un tale gesto e di una tale scelta.
Nessuno dei due è riuscito a trovare un solo motivo valido per sposarsi; entrambi hanno continuato a sottolineare l’inutilità del matrimonio, descrivendo una serie di obiezioni abbastanza “deboli” direi: le spese che il rito (religioso e/o pagano) richiede sono troppo alte, “è difficile mettere su famiglia” nelle condizioni in cui versa l’Italia in questo momento, alla fine il matrimonio “è la tomba dell’amore” (testuale), “poi tanto ci si lascia”, che futuro si può assicurare ai figli, etc. etc.
Uno scetticismo disarmante nei confronti di un gesto da cui poi prende forma un luogo che è generativo e costitutivo della società, le cui dimensioni più caratteristiche non suggeriscono più nulla; ho pensato: “forse la famiglia non è più un’esperienza imprescindibile come lo è stata per me”.
Ho riflettuto, allora, sull’immagine che ho io della famiglia e di come questa si è venuta formando.
La mia famiglia d’origine non si può dire sia una di quelle della pubblicità dei biscotti, ma lì dentro ho cominciato a farmi un’idea (che poi l’esperienza mi ha confermato) circa la sua importanza: un luogo “imperfetto” dato per amare, generare, crescere, educare, custodire, prendersi cura dell’altro (anche litigando magari) dando risposta, così, al proprio desiderio. Soddisfare il proprio desiderio significa, in fondo, compiere il proprio destino e, quindi, raggiungere la perfezione!
Se non vi è più un’esperienza positiva della famiglia, se non si avverte più il bisogno di un luogo di questa natura vuol dire che sta, antropologicamente, cambiando qualcosa.
Che responsabilità abbiamo noi adulti? Basta testimoniare la fedeltà a quel “per sempre” inciso sulle fedi?

Pesce ner(Azzurro)