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Cosa guardi? Te.

A distanza di due settimane circa immagino che anche i non addetti ai lavoratori abbiano imparato il nome di Harvey Weinstein.

In sintesi, Weinstein, noto produttore cinematografico di Hollywood – al suo nome possiamo associare i film di Tarantino o pellicole da Oscar come “Shakespeare in love”, tanto per citarne alcuni – è stato oggetto di un’inchiesta del New York Times che ne ha smascherato la natura di molestatore sessuale seriale di attrici e donne impiegate a vari livelli nella sua azienda, la Miramax.

La storia andava avanti da un ventennio, pare che tutti lo sapessero ma nessuno avesse il coraggio di denunciarlo.

Oppure che la storia fosse nota ma vecchia come il cucco e, in realtà, nessuno volesse alzare il polverone.

Fatto sta che dopo la pubblicazione dell’articolo molte attrici sono intervenute per dire “si, è vero, è successo anche a me”, in una confessione pubblica che funga da panacea alla pena del cuore di chi è stata vittima senza mai poter denunciare.

Weinstein è stato licenziato dalla sua azienda, lasciato dalla moglie, cacciato dall’Academy – l’organizzazione che assegna gli Oscar – bandito da tutto.

Una condanna pubblica immediata, folgorante e definitiva che non aveva colpito neanche Roman Polanski (regista premio Oscar nel 2003, l’altro ieri in pratica), latitante da 40 anni per sfuggire alla condanna per stupro di una tredicenne, ancorché modificato in reato minore.

Ma si sa, ad Hollywood gira aria diversa oggi.

Ed anche nel resto del mondo, dove la vicenda ha generato una valanga, che ad oggi pare inarrestabile, di condanna di un mondo (quello cinematografico ma, alla fine, quello di ogni ambiente di lavoro) in cui uomini bianchi, vecchi e di potere si approfittano delle donne loro sottoposte.

Potere inteso sempre come quello detenuto dagli uomini, visto che è vietato riconoscere che una bella donna che utilizza il suo fascino per farsi regalare qualsiasi cosa dal pollo di turno stia ugualmente esercitando un potere in quella relazione.

Una vera e propria schermaglia combattuta a colpi di “se sali in camera con lui te la sei cercata” o “se gli uomini ci guardano come oggetti non potete dare la colpa a noi che ci mostriamo come cose, perchè dobbiamo essere libere”.

La parzialità delle due posizioni mi sembra evidente.

L’una ha il sapore della beffa, un “così impari”, sempre impietoso in ogni occasione ma terribile in casi come questi dove l’incoscienza o l’ingenuità, che pure ci si dovrebbe scrollare di dosso in certe situazioni, diventano colpa o, persino, volontà mirata di diventare vittima di una violenza sessuale.

L’altra ha il retrogusto della favola: se tu sei la prima a non rispettarti, a trattare te stessa come un oggetto, come puoi pretendere che gli altri ti guardino diversamente? Da dove nasce questa pretesa? O meglio, da dove nasce questo desiderio di essere guardate diversamente?

Perchè in molti casi si parla di un essersi sentite guardate nel modo sbagliato.

Non sono Alice nel paese delle meraviglie e capisco la spiacevolezza di alcune circostanze ma se qualsiasi approccio di bassa lega (magari aggravato dal fatto che l’abbordaggio viene fatto da qualcuno di poco avvenente) diventa una molestia sessuale, facciamoci qualche domanda?

E la risposta è spesso che ci siamo sentite guardate come… come cosa?

Credo sia questo il punto, il nervo scoperto della vicenda che, al netto delle violenze reali da accertarsi, possa interrogare chiunque nel suo rapportarsi con l’altro.

La risposta é semplice, tant’é che emerge anche quando ci comportiamo all’opposto, ed è propria di tutti gli uomini, si anche loro: vogliamo essere guardati da qualcuno che ci vuole bene davvero, nel senso di “dal vero”, partendo da un punto di verità e riconoscendo la grandezza e l’unicità che ognuno porta dentro.

E così a lavoro, desideriamo uno sguardo di approvazione o un incentivo, un aiuto a ricordare che stiamo costruendo qualcosa di interessante per noi e, forse, per il mondo.

E in un rapporto affettivo desideriamo solo essere affermati e amati per quello che siamo, in un modo che ognuno di noi conosce e che sopporta e supporta anche i drammi più grandi della vita, dentro un abbraccio che non teme di toccare anche il male e continuare comunque a ribadire che si può andare avanti e guardare con positiva speranza alla vita che abbiamo da affrontare.

Perchè la vita rinasce in un incontro, non in un hashtag.

Non so quale sarà il destino di Weinstein, poco mi importa, ma spero che tutte le donne che stanno aprendo i loro personali vasi di Pandora online abbiano qualcuno da guardare e da cui farsi guardare così una volta effettuato il logout altrimenti, come nella mitologia, il vaso verrà presto richiuso senza la possibilità di generare qualcosa di veramente utile.

Ostrica