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DIRITTI, DOVERI E RELIGIONE CIVILE

Pienamente condivisibili le osservazioni critiche  di Torpedine sulla ipotesi di rivisitazione della storia dei 70 anni della nostra Repubblica proposte dal presidente Violante sul Corriere della Sera, a proposito dell’interessante mostra che si aprirà il prossimo 19 agosto al Meeting di Rimini.  Al proposito mi sorge qualche ulteriore riflessione, spinto anche dalle letture estive di alcuni profetici scritti di Augusto Del Noce, alcuni dei quali si possono leggere nella bella antologia Verità e ragione nella storia, BUR, 2007.

Anzitutto l’importanza del pensiero e dell’azione di personalità come De Gasperi nel far comprendere al popolo italiano che la “battaglia” del ’48 non riguardava opzioni identiche: la scelta fra DC e Fronte popolare riguardò la scelta a favore della libertà, del valore della persona e della collocazione occidentale dell’Italia; anche la Chiesa lo aveva ben compreso e si impegnò a fondo ed in modo capillare con la creazione dei benemeriti Comitati civici voluti da Luigi Gedda e la mobilitazione delle stesse parrocchie.

In secondo luogo è interessante riflettere sulla dialettica fra diritti e doveri, con la curiosa ripresa del “doverismo”; che cosa è successo? Per decenni – e soprattutto dopo il ’68 – si è utilizzata la, pur sacrosanta, cultura dei diritti e la sua enfatizzazione per abbattere i valori tradizionali e costruire la nuova società permissiva e dei consumi, di cui già parlava Pasolini negli anni’70; Del Noce la definiva “società opulenta” e la considerava il più pericoloso avversario del cattolicesimo, per i suoi possibili esiti totalitari. Il problema è che tale mentalità è allo stesso tempo individualistica e massificata: tende perciò a rompere i legami sociali, ad annichilire valori e certezze, a delegittimare le comunità intermedie (dai partiti politici alla famiglia) fino a rendere difficile la stessa convivenza; in tal modo è ben difficile motivare i sacrifici necessari per superare la crisi economica e le nuove emergenze sociali. Ecco allora il nuovo richiamo ai doveri, che – pur giusto – pare però strumentale al nuovo potere dominante e non adeguatamente fondato.

A tal proposito, poi, se si vuole alludere alla necessità di una “religione civile” (in grado di motivare e sostenere i richiesti doveri), bisogna però ricordare che essa ha bisogno di più solide radici: già nel secolo XIX Tocqueville ricordava che la religione civile si può fondare solo sulla presenza pubblica riconosciuta ed accettata del cristianesimo, sul pieno riconoscimento del ruolo dei corpi intermedi (o “secondari”) e sulla partecipazione effettiva alla vita politica a partire dagli enti locali. Victor Hugo ne descrive con efficacia alcuni aspetti nel romanzo “I Miserabili”, contrapponendola alla cultura rivoluzionaria e giacobina. Difficilmente tutto ciò può però conciliarsi con l’attuale mentalità relativistica, con la distruzione dell’istituto familiare (operata anche tramite nuove leggi), con l’allentamento dei legami, con il continuo attentato alla vita e con la vena antipolitica dominante. Soprattutto necessita di ideali e di esempi unitari e popolari da seguire, come proprio il  Meeting di Rimini ha ben documentato nei suoi quasi 40 anni di storia.

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