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Eco: grande e lontano

Giustamente, un amico mi chiede di Umberto Eco. Un grande della cultura di tutti i tempi o un rappresentante dell’intellighenzia post-moderna cinica e vuota? Beh, entrambe le cose.
Due sono le sue caratteristiche essenziali da un punto di vista filosofico:

  1. Un’estrema valorizzazione dei segni come apertura all’interpretazione infinita, senza derive nichiliste radicali. Pensava che la realtà fosse un insieme di segni infinitamente mutevoli e anche manipolabili ma che ciò non volesse dire che non ci fossero significati, solo che non ci fossero significati ultimi.
  2. Un profondo nominalismo: i significati e le parole ci sono ma sono sganciati da ogni esperienza. È la realtà che non c’è, o meglio che è fatta di prodotti culturali: per questo della rosa ci rimane solo il “nome”.

Quindi, sì, un grande nello studio e nella valorizzazione dei segni, terribile nell’esito nominalista di esautorazione della realtà.
Era stato il capo dell’azione cattolica torinese e diceva di essersi accorto di aver perso la fede quando si era accorto che della frase “che giova all’uomo conquistare tutto il mondo, se poi perde la sua anima?” gli interessava soprattutto sapere dove si sarebbe dovuta mettere la virgola.
Era di una simpatia incredibile e incantava quando parlava. Era l’unico intellettuale italiano davvero conosciuto nel mondo. Come tutte le persone intelligenti non aveva problemi a dire le cose (oops, le interpretazioni!) francamente. Spero che ora veda a che cosa corrisponde “il nome della rosa”.

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