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Emergenza sanitaria: realismo della fede e bene comune

Ormai è chiaro: con l’emergenza sanitaria dovremo convivere abbastanza a lungo. Ciò comporta  la necessità di cambiare con pazienza molte abitudini e comprendere il valore di molte cose che potevano sembrare scontate: fra le tante, il frequente ritrovarsi fra amici e l’uscire di casa per andare in ufficio, a scuola o in Università.
Più drammaticamente, emerge il timore per la salute di persone care, per  il rischio generalizzato  del contagio e per la possibilità di una grave crisi economica.
Significativamente l’attuale circostanza coincide esattamente con il periodo di Quaresima: il richiamo alla conversione e alla preghiera per sé e per il mondo può assumere quest’anno un valore particolare; da sempre – infatti – la Chiesa invita a pregare il Signore della storia, tramite l’intercessione dei santi (di ieri come san Rocco e san Carlo Borromeo, o di oggi come san Pampuri e san Moscati, entrambi medici)  e della Madonna, perché sia protetta la salute del popolo e non si cada nella disperazione o nella faciloneria irresponsabile.
Per non perdere la speranza ci vuole grande realismo (assicurato più di tutto dalla fede). E occorre attenersi a quanto stabilito dalle autorità civili, confidando nelle migliaia di medici che se ne stanno occupando 24 ore su 24, sostenendosi reciprocamente attraverso le forme possibili in una situazione del genere e iniziando per quanto possibile sin d’ora ad occuparsi dei rilevantissimi problemi economici che conseguiranno.
Proprio in un momento come questo emerge ancora più chiaramente l’inscindibile legame tra ogni persona e la necessità di preservare, tutti insieme con responsabilità e ragionevolezza, il bene comune: lo sanno bene soprattutto i cristiani, che amandone l’Autore, amano più di tutti la Città degli uomini.

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