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L’anima è una materia delicata e viene offesa più dalla menzogna che da ogni altro male. Il grande Shakespeare, di cui continuiamo a festeggiare i 400 anni, sapeva che cosa vuol dire il tradimento di ciò che è vero, buono e giusto. E sapeva anche che per resistere non occorre intelligenza ma amore. Non sappiamo a quali circostanze si riferisse lui, ma sappiamo bene quelle che viviamo noi: così il giudizio del grande Bardo vale per tutti coloro che vedono la sofferenza e la corruzione del popolo in cui vivono. Così anche un sonetto può essere sociale e politico.

SONETTO LXVI
Stanco di tutto questo, invoco la riposante morte,
quando vedo il merito nascere mendicante,
e la povera nullità tutta agghindata,
e la più pura fede miseramente abiurata,

e il dorato onore vergognosamente male attribuito,
e la virtù verginale brutalmente prostituita,
e la giusta perfezione ingiustamente screditata,
e la forza invalidata dal potere zoppicante,

e l’arte imbavagliata dall’autorità,
e la follia, con aria dotta, mettere freno all’estro,
e la semplice verità calunniata come faciloneria,

e il bene prigioniero servire il male capitano!
Stanco di tutto questo, da questo vorrei andar lontano,
se non fosse che, morendo, lascerei solo il mio amore.

Tired with all these, for restful death I cry, As to behold desert a beggar born, And needy nothing trimm’d in jollity, And purest faith unhappily forsworn, And gilded honour shamefully misplac’d, And maiden virtue rudely strumpeted, And right perfection wrongfully disgrac’d, And strength by limping sway disabled And art made tongue-tied by authority, And folly—doctor-like—controlling skill, And simple truth miscall’d simplicity, And captive good attending captain ill: Tir’d with all these, from these would I be gone, Save that, to die, I leave my love alone.

La Spigola