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Gli artigiani della cura

Gli artigiani della cura
Giornata di preghiera per la Pace, Diocesi Termoli – Larino

La Diocesi di Termoli-Larino dedica, da qualche anno, l’ultima domenica di gennaio alla Giornata della Pace.

Quest’anno si è tenuta presso la Chiesa di San Francesco con il titolo “La cultura della cura come percorso di pace”, stesso tema del Messaggio del Santo Padre Francesco per la 54ª Giornata Mondiale della Pace.

I momenti di preghiera si sono intervallati con alcune testimonianze: Mariano Flocco, responsabile dell’Hospice “Madre Teresa di Calcutta”; Tina De Michele, impegnata nel sociale e Maira Pece, volontaria della Città Invisibile.

S.E. il Vescovo, sollecitato dalle testimonianze e dal Vangelo sulla parabola del Buon Samaritano, ha svolto la sua riflessione toccando alcuni aspetti che legano la cultura della cura ad un percorso di pace, su cui vorrei soffermarmi.

È stato sottolineato come le conseguenze economiche e sociali della pandemia hanno avuto un impatto tragico sulle persone più vulnerabili (a volte invisibili) come i disoccupati, i migranti, gli anziani, i più poveri.

Nel contesto che stiamo vivendo, cosa significa “cultura della cura“? Don Giussani diceva nel testo “La coscienza religiosa dell’uomo moderno” (Jaka Book – Milano, 1985) che la cultura può essere definita come “coscienza critica e sistematica della esperienza umana in sviluppo”. Allora, prendere coscienza della propria condizione e di quella degli altri in questo frangente vuol dire, tra le altre cose, costruire un modo di essere di fronte al bisogno.

Far crescere la “cultura della cura” vuol dire implicare dentro il confine della propria vita il bisogno dell’altro, del diverso, del fragile e “prendersi cura” non significa solo fornire assistenza, ma dare una speranza.

Da qui la necessità di soggetti in grado di ascoltare e di stare vicino alle persone che soffrono; il Vescovo Gianfranco li ha chiamati “artigiani della cura”.

“Prendersi cura degli altri” permette a queste persone di diventare più se stessi, di “scoprire la propria unicità” perché nella condivisione del bisogno possono esprimere veramente ciò che sono.

In alcune testimonianze è emerso come nella condivisione del bisogno si comunica un’apertura che desta la libertà di colui che ha quel bisogno (si tratti di un migrante, di un malato dell’Hospice, di un vecchio da accudire, di una ragazza madre da assistere, di un giovane disoccupato, …) e nasce un rapporto di fiducia, di stima, di gratitudine.

È possibile essere un “artigiano della cura”, è possibile condividere il bisogno di un altro perché qualcun Altro ha avuto cura di noi, un Altro ha condiviso il nostro bisogno, ci ha accolti; insomma, amiamo perché siamo amati.

Pesce (ner)Azzurro