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INVICTUS

Cari amici della Spigola,
altro che pescecane, portaerei, sottomarino nucleare, decima legio romana, uomo ragno… qui si parla di INVICTUS, cioè INVINCIBILE.
Scusate se è poco.
A chi mi riferisco? Vi riporto il testo in inglese e la traduzione italiana di una poesia che costui cui mi riferisco si ripeteva a mente durante i 27 anni di carcere, per sopravvivere. La poesia si intitola “Invictus”, appunto, ed è stata scritta nel 1875 dal poeta britannico William Ernerst Henley.

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever god may be
For my unconquerable soul.
In the fell clutch of circumstance
I have not winced not cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.
Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.
It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia anima invincibile.
Nella feroce morsa della circostanza
Non ho arretrato né gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma non chino.
Oltre questo luogo d’ira e lacrime
Incombe il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino;
Io sono il capitano della mia anima.

A parte il finale in cui un po’ decade, il resto è a tratti esaltante.
Il tipo in questione alla nascita fu chiamato “Rolihlahla”, letteralmente “colui che porta guai” (io ho in mente qualche pesce di questo blog che potrebbe degnamente portare questo nome) mentre alle scuole elementari gli fu dato nome Nelson. Prese il cognome dal nonno: Mandela. A 22 anni fuggì dal paese natale per non sposare la donna scelta dal suo capo tribù. Poi tutta la sua vita è stata vissuta (intensamente) per l’abolizione dell’apartheid e l’affermazione della libertà. Cioè non è stato schiavo pur essendo in carcere. Mi ha colpito che ai suoi funerali hanno partecipato praticamente tutti capi di stato del mondo. Una nota “di colore” (ha ha… sigh!): pensate che nel 1990 gli è stato consegnato il premio Lenin per la pace. Non mi meraviglierei se un giorno di questi trovo che esiste anche il premio Hitler per la tolleranza…
Torniamo a noi. Perché vi ho detto tutte queste belle cose?
Sto leggendo un questi giorni un libro su cos’è la pretesa cristiana e vi riporto alcuni brani:

  • … “Cristo evidenzia nell’uomo una realtà che non deriva da dove l’uomo fenomenologicamente proviene, realtà che è rapporto diretto esclusivo con Dio”…
  • … “Questo è il rapporto misteriosamente personale che riguarda anche il più piccolo essere umano” …
  • … “Quell’irriducibile rapporto è di un valore inaccessibile e inattaccabile da qualunque genere di influenza”…
  • … “La grandezza e la libertà dell’uomo derivano dalla dipendenza diretta da Dio, condizione per cui l’uomo realizzi e affermi sé. La dipendenza da Dio è la prima condizione per l’interesse umano” …

Dico: un uomo un cui si realizzi anche lontanamente questo tipo di visione di sé e degli altri è (più o meno coscientemente, più o meno disinteressatamente) riconosciuto e affermato da tutti perché l’umanità che Cristo è venuto a portare sulla Terra è ciò che tutti desiderano.
Bene ora vado. Devo iniziare a pensare ai regali per il prossimo Natale (anche qui sott’acqua lo festeggiamo… tranne il capitone che si rifugia dio solo sa dove, lo festeggiamo tutti). Per mio padre Tonno in anticipo ho pensato a un orologio, a mia mamma Tonna a casa una coperta (così mi aspetta al caldo).

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Tonno subito