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La Speranza è una trappola?

Ho rivisto ieri sera, di sfuggita, mentre andava in onda un servizio del TG, scritta su un muro, una frase che, quando la sentii la prima volta, mi aveva abbastanza disorientato: “La speranza è una trappola”.
La frase completa suonava così: “La speranza è una trappola, è una cosa infame inventata da chi comanda”, firmato Mario Monicelli.
All’epoca della sua morte (Monicelli si è suicidato il 29/11/2010 gettandosi dal quinto piano del reparto di Urologia dell’Ospedale S. Giovanni di Roma) questa frase venne citata, a volte, nei vari servizi televisivi e radiofonici per spiegare la filosofia di vita del regista romano.
Averla sentita dal diretto interessato, e poi successivamente ripeterla da altri per ricordarne la figura, non mi aveva fatto la stessa impressione che vederla scritta su un muro l’altra sera.
Sui muri si esprimono rivendicazioni, rabbia, contestazioni, aspirazioni, proteste attraverso slogan che cercano di colpire l’immaginario di chi legge; vi ricordate: “10, 100, 1000 Nassirya” o per chi è meno giovane “Per i compagni uccisi non basta il lutto, pagherete caro pagherete tutto”, etc.? Erano frasi nate da un’elaborazione culturale, da un tentativo di rendere “sintetica” un’idea ed una posizione “filosofica”.
Non voglio rubare il lavoro ai tecnici della comunicazione, ma sono certo che ne sono rimasto colpito (diciamo pure dis-turbato) non per l’efficacia comunicativa o la sintesi espressiva della rappresentazione murale.
Il fatto che qualcuno l’abbia potuta scrivere su un muro di Milano significa che la posizione socio-culturale che la sottende ha generato un’educazione ed una modalità di affronto della realtà di cui la frase è espressione; una posizione e una modalità che io sento avverse, che, da un certo punto di vista, percepisco come una minaccia.
Dopo l’iniziale sconcerto mi è tornata in mente la frase, anzi l’esortazione, di Papa Francesco rivolta ai Giovani la Domenica delle Palme ed ai Sardi qualche settimana fa: “Non lasciatevi rubare la speranza, per favore, non lasciatevi mai rubare la speranza”.
Mentre scrivevo queste considerazioni mi era venuta voglia di sferrare un attacco a testa bassa alla cultura del relativismo e del laicismo anteponendole, orgogliosamente, la più ragionevole, più umana, più vera posizione del Papa rispetto ad una questione come quella della speranza.
Poi ho continuato a leggere il discorso del Papa per capire quale fosse l’origine del suo “slogan” sulla speranza. “Non lasciatevi prendere mai dallo scoraggiamento. La nostra non è una gioia che nasce dal possedere tante cose, ma nasce dall’aver incontrato una Persona: Gesù, che è in mezzo a noi, nasce dal sapere che con lui non siamo mai soli, …”.
La nostra speranza nasce dall’aver incontrato una Persona: Gesù. Questo incontro è all’origine di tutto; allora, forse, non serve neanche inveire contro chi ha seminato disperazione e violenza perché probabilmente erano anche queste segno di una ferita che ogni uomo ha dentro di sé.
Adesso comprendo anche meglio il senso dell’invito al dialogo che il Papa ha fatto a Scalfari (che trovate postato sempre su questo blog, qualche miglia marina più indietro). Ne riporto un pezzo: “La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto … Senza la Chiesa – mi creda – non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità. Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme.”
Riascoltando la frase di Monicelli, adesso, comincio a sentirmi un po’ più a mio agio o, comunque, meno disorientato e meno dis-turbato.

Pesce (ner)Azzurro