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Leggere Sciascia, il più bravo del Novecento

Leggete quello che volete di Sciascia, ma leggetelo.

È tutto bellissimo: Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Todo modo, Il consiglio d’Egitto. Questi sono i romanzi. Ma poi ci sono i racconti a cominciare da Il mare color del vino, e poi i saggi, iniziando da La scomparsa di Maiorana.

Con Sciascia spesso non si è d’accordo, fissato com’è con l’elogio dell’intelligenza come rischiaratrice della vita, con le teorie un po’ complottiste, con il radicalismo etico.

Eppure, eppure… non c’è italiano più bello del suo nel Novecento: chiaro come perla senza mai essere banale, preciso come un bisturi senza essere freddo, veloce come una freccia senza essere confuso.
Non solo, Sciascia è anche contenuto: l’amore per la ricerca storica dei fatti, l’immedesimazione alla Simenon anche nei cattivi, la saggezza del Sud antico che sa che il mondo e la natura umana sono sempre gli stessi, senza per questo diventare cinismo.

Diceva che le parole erano un gran mistero che può cambiare la vita. Ed è questo mistero, sconosciuto e un po’ enigmatico, che sbuca da ogni sua pagina. Strano mistero, eppure non del tutto cattivo.

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