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“NON MI PIACE L’IDEA DI ESSERE PAGATO PER NON FARE NIENTE”

Qualche settimana fa ci veniva ricordato su questo blog come il numero dei percettori di ammortizzatori sociali in Molise avesse superato le 12.380 unità.
Lavoratori che difficilmente rientreranno nel sistema economico-produttivo, nonostante il trend lievemente positivo degli ultimi tempi (la c.d. “ripresina”) e nonostante il fatto che questi lavoratori hanno avuto la possibilità di seguire dei corsi di aggiornamento e/o di riqualificazione professionale attraverso gli enti di formazione ed i Centri per l’Impiego.
Per invertire la tendenza dal punto di vista occupazionale ci vuole ben altro.
La ripresina non basta e, molto spesso, le attività formative svolte non hanno avuto gli esiti sperati, sia per le difficoltà organizzative riscontrate, sia per l’incapacità di offrire una formazione adeguata alle aspettative dei lavoratori stessi.
Allora di fronte al fatto che i lavoratori diventano inattivi, pur continuando a percepire il sostegno dell’ammortizzatore, si può fare qualcosa? C’è un’alternativa?
La proposta è stata lanciata qualche tempo fa: oltre all’assegno e a una formazione più mirata, sarebbe utile favorire l’ingresso di questi lavoratori nelle attività del non profit.
Non si tratta di ripristinare la categoria dei “lavoratori socialmente utili” per “lavori di pubblica utilità” in cui la burocrazia l’ha fatta da padrona; si tratta di poter utilizzare i percettori di ammortizzatori sociali nelle preziose attività del volontariato, invece di farli rimanere a casa senza fare niente.
Assistenza agli anziani e ai malati, protezione civile, aiuto allo studio degli alunni con difficoltà, difesa dell’ambiente, cultura, aiuto ai più poveri: tanti potrebbero essere i settori in cui utilizzare queste risorse e altrettante potrebbero essere le strutture presso cui far svolgere loro le attività: associazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, cooperative sociali.
A due condizioni: la prima è che gli interventi siano integrativi e non sostitutivi di quelli del non profit e la seconda che si tratti di una scelta volontaria da parte del lavoratore.
Tra l’altro qualcuno l’idea l’ha già messa in pratica, l’Alessi, storica azienda di design nel novarese il cui marchio è famoso in tutto il mondo. Invece di mettere in cassa integrazione le maestranze nei momenti fisiologici di minor produzione le ha impiegate per dei lavori utili al paese di Omegna (NO) dove sorge la fabbrica: pittura delle scuole, pulizia del lungolago, assistenza a bambini, anziani e disabili, manutenzione di giardini, parchi e sentieri.
Il giudizio da cui è partito l’A.D., Michele Alessi, è il seguente: «Ho grande rispetto per il lavoro, che non è soltanto remunerazione, ma è uno degli strumenti per costruire la nostra identità. Ecco perché non mi piace l’idea di essere pagato per non fare niente» (Corriere della Sera, 31/5/13).

Pesce (ner)Azzurro