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Quando a mezzanotte la fiera chiude, si apre sempre una finestra su un mondo più grande.

È quello che mi è successo l’anno scorso, quando ho deciso di vivere questa esperienza per la prima volta. È quello che mi è successo quest’anno, quando ho deciso di ritornare.
Non ero mai stata al Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, sinceramente ne avevo anche sentito parlare poco, per un difetto personale di informazione. Sono venuta tra questi stands per amore, per seguire una persona molto importante, e ho trovato un mondo immenso, nuove amicizie, ho vissuto un tipo di amore diverso.
Quello che senz’altro mi ha colpito del Meeting è stato esattamente questo: partire con tante certezze, sicura della verità che ritenevo di conoscere, e compiere un viaggio fatto tutto di scoperta.
Ho conosciuto persone e personaggi che mi erano ignoti o poco noti, mi sono immersa nelle pagine bibliche o nei corsi e ricorsi della storia, dei pensieri dei grandi filosofi e luminari, mi sono persa negli occhi di un’artista contemporanea, Marina Abramovic, e ho ritrovato lacrime che non credevo di aver da versare.
Ho riso tanto, con gli amici di sempre e con quelli nuovi. Ho condiviso impegni, svaghi, un caffè, un pasto, il lavoro. E tutto sempre col sorriso.
Per quanto siano stati sette giorni felici, dopo aver varcato la soglia della fiera, lasciandomi alle spalle padiglioni in penombra, non ho potuto fare a meno di piangere. Ogni lacrima segnava una riga sul volto e consegnava un ricordo, marcando per sempre un passo compiuto tra quelle vie.
Ora sono a casa, contenta dell’esperienza vissuta e condivisa, contenta della famiglia riabbracciata, ma un angolo di cuore sento di averlo lasciato in quell’angolo di fiera tra l’ingresso sud e le piscine, ritrovo quotidiano della mia squadra di lavoro.
Perché vai al meeting a Rimini, mi chiedono. Perché andare a lavorare gratuitamente, o meglio pagando per farlo. Perché sacrificare le ferie per continuare a stancarsi. Perché fare un viaggio di dieci ore per poi trascorrere le giornate chiusa in un edificio.
Domande legittime, che solo chi non è mai passato da quelle parti può porsi.
La verità è che non c’è nessuno, in quella fiera, che non sia sempre grato, sereno, felice di essere lì. Il meeting è il prodotto dello sforzo congiunto di popoli diversi e uomini che hanno una storia diversa alle spalle, ma che trovano un punto di incontro in un qualcosa di più grande. Una maglietta e una targhetta col nome rendono tutti amici, legati da un affetto e rispetto che è raro trovare.
La verità è che il meeting è luogo di incontro di anime, in cerca di risposte, in cerca di domande, in cerca di Altro da sé o in cerca di sé, perché tutti manchiamo di qualcosa di cui sentiamo il bisogno. Proprio questo ci ha voluto insegnare l’edizione appena conclusa.
E anche quest’anno è terminata l’avventura. Volevo scrivere poche righe di ringraziamento, ma sono diventate una sorta di diario personale, di finestra aperta su un mondo più grande, quel mondo che ogni anno, ad agosto, mi aiutate a costruire.

Grazie.

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