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Simone: Che me ne faccio del prete in carcere?

Diciottesima lettera inviata a tempi.it da Antonio Simone, detenuto nel carcere di San Vittore a Milano.

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Ero fuori dall’ufficio del cappellano di San Vittore che aspettavo di incontrarlo, quando è arrivato un altro detenuto. Era accompagnato da un assistente (così si chiamano i secondini) e piangeva. Batteva i pugni sul muro e urlava: «Mia madre sta morendo e questi mi portano dal prete! Che me ne faccio del prete?».
Bella domanda amico!
Quando ti portano dal prete, i casi sono due:

  1. Non stai bene. Negli anni Settanta sono stato spesso nella Cecoslovacchia comunista. Avevano sciolto tutti gli ordini religiosi e gli unici sacerdoti rimasti erano quelli nei manicomi. Il regime li usava per dare una risposta a quei problemi (la pazzia), cui l’ideologia non sapeva come rispondere.
  2. Ti trovi di fronte – come nel tuo caso, con tua madre – alla morte e questo ti impone di chiedere un senso sulla vita. Di fronte alla fine, uno ha bisogno di un’ipotesi per vivere, un’ipotesi visibile e verificabile. E questa ipotesi, chi ce l’ha?

Quando quell’uomo è uscito dal colloquio col cappellano, piangeva ancora, ma anche ringraziava e stringeva le mani a tutti coloro che gli erano vicini.
Amico, io ho il divieto di incontro, sono di un altro raggio, non posso parlarti, ma spero che tu abbia potuto vivere un po’ di speranza.
(Antonio Simone)

Fonte: www.tempi.it

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