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Sovranità nazionale e solidarietà come fattori essenziali per la democrazia – 1

Vorrei introdurmi nel dibattito sempre più vivo sul significato attuale del concetto di nazione e sul legame che io credo inalienabile tra sovranità di un paese e possibilità concreta della democrazia come sua forma di gestione.

Spesso oggi l’interesse nazionale viene visto come una posizione negativa, reattiva ed egoistica rispetto ad una idea di globalizzazione propagandata molto efficacemente dalle élite finanziarie come l’allargamento del progresso, del benessere e della convivenza civile a tutta la popolazione mondiale. Questa nuova “ideologia” molto accattivante cela a mio parere forti pericoli.

Il mio vuol essere un piccolo, parziale spunto/contributo che spero stimoli gli amici a un dialogo più ampio sulla questione.

Partendo con la mia riflessione dal secolo scorso, mi sembra di poter affermare che la maggior parte degli Stati Europei occidentali sia uscita dall’incubo e dagli orrori dalle due guerre mondiali scegliendo convintamente democrazia, sovranità (allora non si usava questo nome ma il concetto tanto per capirci è lo stesso) e solidarietà. La sovranità popolare e la solidarietà profusamente sparse nelle nuove costituzioni hanno dato origine, forse per la prima volta nel mondo moderno, a democrazie finalmente compiute che hanno portato allo sviluppo economico, salariale e all’affermazione dei diritti sociali per le classi più deboli. Il governo di una nazione e delle sue risorse era diventato popolare (con difetti ma popolare). E i riflessi anche a livello internazionale si erano subito visti (non più guerre sul suolo europeo, non più protezionismo e l’inizio di forme di coordinamento -> Unione Europea). Questo clima, favorito dalle vittorie elettorali dei partiti moderati (i.e. DC in Italia), ha permesso il boom economico e la nascita di un internazionalismo fondato sull’amicizia tra i popoli. L’intervento diretto nell’economia dello Stato (partecipazioni, enti e altro) ha garantito che lo sviluppo economico fosse ridistribuito e non concentrato solo in mani private. Questo clima ha pervaso tutta l’Europa fino agli anni 70.

Dagli anni 70 in poi le grandi concentrazioni di potere (soprattutto finanziarie e soprattutto americane) hanno cominciato a invertire la rotta, a combattere l’utilizzo delle risorse in funzione democratica e a contrastare il potere politico nazionale, visto come principale ostacolo alla realizzazione dei propri interessi. L’Unione Europea da quel momento, lentamente ma inesorabilmente, ha cominciato a cambiare e a diventare strumento privilegiato per far cedere sovranità ai singoli Stati Nazionali e modificare gli elementi di solidarietà presenti nelle varie costituzioni. Gli organismi internazionali, diventati nel tempo sempre più autonomi dal potere politico nazionale, sono stati sempre più infiltrati dal pensiero neoliberista senza che all’inizio nessuno se ne accorgesse. Dagli anni 70, infatti, gli economisti neoliberisti, von Hajek e Friedman (Chicago boys) in primis, attraverso la colonizzazione (i.e. ben finanziata) delle più importanti cattedre universitarie hanno introdotto lentamente le nuove parole guida: competitività, governance, autonomia dal potere politico, austerità, lotta alla corruzione e abbattimento delle barriere. Negli anni successivi questa tendenza ha quindi introdotto nel dibattito politico come “concetti non discutibili” termini quali: liberalizzazione economica, privatizzazione, deregolamentazione, libero scambio, riduzione della spesa pubblica e lotta al debito pubblico. Questa strategia alla fine ha avvantaggiato il ruolo del settore privato nell’economia, nella finanza e nella società e limitato l’intervento dello stato e dei suoi corpi intermedi (sindacato, associazioni, Chiesa etc). La caduta del muro di Berlino, insieme ai tanti riflessi positivi, ha dato però il via definitivo a questo nuovo progetto finanziario che, scomparso il comunismo, ha avuto campo libero nel ridurre la presenza dello stato nella società. Nel giro di pochi decenni l’organizzazione statale, per come l’abbiamo conosciuta nel dopoguerra, è franata.

Pesce martello (continua)