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TOTALITARISMO ISLAMICO E FRAGILITA’ OCCIDENTALE

Nelle prime pagine dei giornali si legge Obama: “L’Isis sarà distrutto”.
E accanto il Dalai Lama che parla di dialogo: “I musulmani intolleranti danneggiano il proprio credo e i loro fratelli”.
Nella confusione portata un po’ dalla paura, un po’ dall’ignoranza, un po’ da un’ultima incapacità di immedesimarsi con una storia tanto differente dalla nostra… mi ha colpito sorprendere due aspetti dell’avanzata del temuto e ambito “grande califfato”.
Li descrive profondamente Domenico Quirico nel libro che proprio così si intitola.
Da un lato, il rapporto dei cosiddetti “integralisti” con i loro fratelli cosiddetti “moderati”. Al di là delle controversie strettamente dottrinali, si scoprono dinamiche che anche noi conosciamo bene.
La battaglia totalitaria per il potere inizia sempre non da coloro che lo contrastano esternamente, ma contro le parti del Noi che sono refrattarie ad accettarlo, quella parte di musulmani che si mostra ostile alla visione manichea di bene e male e soprattutto non concorda sul confine che delimita i Perfetti. Ecco il sospetto il rinnegato il complice, quello che nel totalitarismo comunista era il nemico del popolo. Ecco allora le stragi degli sciiti, degli alauiti, dei laici in Siria e in Iraq: dicono di seguire la nostra stessa fede, hanno lo stesso sangue, lo stesso volto nostri, ma non vogliono essere con noi.” (“Il grande califfato”, Neri Pozza Editore, 2015, p. 45).
Un primo spazio, dunque, da conquistare all’interno.
E poi, d’altra parte e contestualmente, la conquista dei cuori dei musulmani occidentali, che scopriamo con sgomento essere “i più nemici”, non per ignoranza o per lontananza, ma proprio per ciò che hanno conosciuto vivendo in Europa.
Ragazzi di Tolosa con le divise di Al-Faruq (…); o i belgi; o gli inglesi (…) Ci illudevamo di sedurli: e invece è come se un mattino si fossero svegliati e di due mondi possibili ne fosse rimasto loro, di colpo, uno solo (…) Nel loro destino c’è stato qui, tra noi, uno strappo. Sono purtroppo figli delle nostre omissioni, delle nostre ipocrisie, della nostra viltà. Ci tendono questo specchio dal fondo delle loro tragedie, e vi vediamo riflesso il nostro viso. (…) I loro nonni, forse ancora i loro padri uccidevano il montone per far festa il giorno in cui riuscivano, scavalcando i reticolati che abbiamo posto all’ingresso del nostro paradiso, a ottenere il pezzo di carta, l’autorizzazione, la cittadinanza. Molti dei nipoti, sempre di più, non vedono l’ora di rifiutarci, di tornare indietro a cercare Dio. Contro di noi.” (“Il grande califfato”, Neri Pozza Editore, 2015, pp. 57-58).
E dunque? Restano certamente confusione e paura. Ma c’è qualcosa di evidentemente umano, e dunque comune, oltre al petrolio e all’ideologia degenerante.
E per chi ancora prepara il Presepe, si può guardare ai Re Magi, alla loro pelle diversa, ai cammelli, alle dune, alle tende, all’oro incenso e mirra. Alla stella, all’Annuncio che li ha messi insieme e li ha fatti camminare. Non è opporre una religione ad un’altra, ma la domanda di una strada per tutti, semplice e corrispondente come prendere tra le braccia un Bambino.

Sirenetta