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Vedete se c’è un dolore come il mio dolore

Chi si è trovato a commentare la morte dei 22 bambini belgi coinvolti in un incidente in galleria continua a ripetere che “è troppo”.
“Il bianco luminoso che si rovescia nel nero più nero, l’inizio della vita che va a coincidere con la sua fine” (Corriere della Sera, 15.3.12): è troppo! Troppo per lo sguardo, troppo per la psicologia, troppo contro natura!
Almeno in Siria si può dare la colpa a qualcuno, almeno davanti all’orrore di quei massacri videoregistrati o all’uccisione degli ostaggi nigeriani si possono odiare i cattivi (sebbene non sempre ben identificati).
In questo caso – per ora – non ci sono colpe da addossare, c’è solo da stare davanti al dolore lancinante e incomprensibile. Si può solo scegliere tra la disperazione del non senso (e chi può giri le pagine del giornale fino allo sport o allo spettacolo) e la domanda di un destino buono che ricomponga tutto, tutto, tutto. “Unico aiuto adeguato alla riconosciuta impotenza esistenziale dell’uomo non può essere che il divino stesso, quella divinità nascosta, il mistero, che in qualche modo si coinvolga con la fatica dell’uomo illuminandolo e sostenendolo nel suo camminare”.

Sirenetta