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LA VITA È UNA CONTRADDIZIONE ABBRACCIATA

Ho assistito nella mia scuola ad un incontro con alcuni genitori dell’Associazione AGeDO (Associazione Genitori di Omosessuali). Dai loro racconti emergeva tanto dramma. Parlavano di figli che finalmente fanno coming out e si liberano di un fardello tenuto nascosto per anni. Di giovani che, pur avendo l’aspetto fisico appartenente a un genere, sentono tuttavia che la loro identità interiore appartiene al genere opposto, risultando quasi prigionieri del loro stesso corpo. Si è parlato di discriminazione, di paure, di insofferenze, di patimenti, di sopportazione. In quell’occasione ho focalizzato molto bene il dramma che queste persone omosessuali vivono. Il loro desiderio di sanare una contraddizione che sentono come ostacolo nella loro corsa verso la felicità, verso il compimento di loro stessi. “Ho il corpo di un uomo. Ma mi sento una donna”.
Mi sono venute in mente, allora, tante situazioni di contraddizione che quotidianamente tutti viviamo. Tutti. La malattia: desidero vivere, ma mi ammalo. La sterilità: desidero avere figli, ma non posso averne. L’amore non corrisposto o finito: desidero amare ancora, ma qualcosa mi impedisce di farlo.
Cos’è, quindi, la contraddizione? Un desiderio a cui segue un MA. Un desiderio che riteniamo fondamentale che si trova davanti ad un ostacolo insormontabile per le nostre forze. E nella vita quante contraddizioni ci sono! La vita è un ossimoro.
La mentalità dominante di fronte a queste contraddizioni propone una via molto semplice e apparentemente vincente: siccome oggi l’uomo ha fatto tanti progressi e dispone di mezzi potentissimi, forniti dalla scienza e dalla medicina, appianiamo la contraddizione, eliminiamola, realizzando così il nostro desiderio, apparentemente impossibile. L’uomo di oggi può!
Così facendo, il potere fa vedere una via luminosa e che sembra anche molto ampia e senza fatiche. E soprattutto la presenta come strada sicura e certa verso il successo. Cosa che non è affatto. Chiunque abbia avuto a che fare minimamente con i medici per una questione un po’ seria, si è reso conto benissimo che la medicina e la scienza sono due discipline straordinarie, ma che ancora oggi vanno per tentativi. Leggono i segni della realtà. Sono quindi fortemente discipline basate sull’interpretazione!
Ma l’aspetto più profondo che sta al fondo di questo meccanismo è la concezione che il mio desiderio è al centro di tutto. Che devo essere assolutamente io a determinare cosa mi rende felice e qual è l’obbiettivo da raggiungere a tutti i costi per realizzare me stesso. Il mio desiderio, che in tanti casi si riduce a puro e semplice capriccio, è il fulcro di tutte le dinamiche del mio io: la felicità è l’autodeterminazione di sé. Non c’è realtà al di là di me stesso. Non c’è un oggetto al di fuori di me, da comprendere, capire, amare. Ci sono solo io che ruoto intorno a ciò che voglio, o almeno, a ciò che ritengo di volere. Voglio un figlio: quindi, anche se non posso averlo, lo voglio a tutti i costi. Lo devo avere. È un mio diritto. Quindi, è lecito qualunque mezzo che mi aiuti a realizzare quello che voglio (vedi fecondazione eterologa). Voglio un figlio, ma solo quando lo decido io e solo se è sano. È un mio diritto. Quindi, è lecito eliminare un feto se non è “desiderato” (vedi aborto). Voglio vivere, ma senza soffrire. È un mio diritto. Quindi, se mi ammalo gravemente e soffro, preferisco morire (vedi eutanasia).
Il mio desiderio, diventato pretesa (l’erba “voglio” delle fiabe da bambino). Diventa subito diritto, cioè “giusto”. Ma così facendo, il desiderio si rimpicciolisce, si riduce a un capriccio che arriva addirittura a contraddire se stesso! La stessa persona che vuole un figlio a tutti i costi è pronto a ucciderlo se non è come vuole lui!
Le domande che sorgono sono: siamo così onnipotenti da realizzare ogni desiderio senza controindicazioni? È proprio vero che se io ho tutto ciò che mi viene in mente sono più felice? Un uomo che trasforma il suo corpo in quello di una donna e cambia il proprio nome da Lorenzo a Lorenza, non avrà più problemi nella vita? Una donna che riesce con la fecondazione eterologa ad avere un figlio, riuscirà ad educarlo senza più vivere drammi? Una ragazza che decide di abortire, perché si accorge di essere incinta a 19 anni mentre sta finendo l’ultimo anno di Liceo, avrà la carriera lavorativa assicurata per il resto dei suoi giorni?
È proprio vero che la mia vita la costruisco io come se fosse un disegno, di cui solo io posso decidere il tratteggio? Non è, invece, più realistico ammettere che, purtroppo o per fortuna, esistono tante incognite nella vita di fronte a cui non sappiamo come muoverci? Di fronte a cui ci sentiamo impotenti? Di fronte a cui non abbiamo rimedi, né medici, né scientifici? Non è pur vero che le esperienze più dolorose e contraddittorie sono anche quelle in cui uno cresce e comprende maggiormente cosa vuol dire vivere?
Se alla fine tutti i tentativi umani sono parziali e limitati, non sarebbe più bello che la mia contraddizione, il mio ossimoro di vita fosse abbracciato e amato? Non mi darebbe questo più forza per viverlo e amarlo con grandezza umana? Per ricostruire sulle macerie di un dolore qualcosa di stabile e duraturo. Per sanare la contraddizione con la possibilità di un bene dentro la contraddizione stessa. Senza eliminazione di parti di sé, ma nell’abbraccio di tutto ciò che si è.

Stella Marina